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9 Gennaio 2026

ADRIANO ARLENGHI

Ho sempre amato fermarmi a osservare quel piccolo gruppo di compagni che animano la città di venerdì. Venerdì giorno di mercato, dentro a un gazebo. Tra bandiere rosse un poco pallide e compensati scritti con il pennarello.

Non sono molti, cinque o sei, a volte qualcuno in più. Arrivano, chiacchierano, si scambiano un saluto e poi a parte alcuni, tornano tra le bancarelle per fare acquisti. Sono i ragazzi di Rifondazione, quelli del Circolo di Mortara. “Ragazzi” è un’esagerazione: Massimiliano è l’unico veramente giovane. Candidato a sindaco comincia a stringere mano e ad ascoltare problemi. Gli altri hanno la loro età, e tra loro ci sono anche gli over, quelli che hanno combattuto le battaglie degli anni Settanta, anni formidabili secondo Capanna, e che ancora credono in un mondo possibile.

Oggi il freddo è pungente, taglia la pelle e fa arrossire il naso, eppure il gruppo non sembra accorgersene. Il vento gelido si insinua tra le bancarelle, piega le pagine dei volantini e fa scricchiolare le mani dentro i guanti. Una signora passa e commenta che il suo termometro segnava meno sei gradi, e lo senti nel suo respiro affannoso e nel rumore dei passi sul porfido ghiacciato. Ma Giuseppe continua imperterrito, distribuendo volantini e spiegando con calma a tutti perché sono lì: dire no a chi pretende di imporre la propria egemonia, raccontare, seminare idee, con la speranza che un giorno, anche se molto lontano, possa nascere qualcosa di nuovo.

Non importa quanto lontano sia quel giorno: ciò che conta è testimoniare, essere presenti. Imnaginare il nuovo umanesimo, il superamento dello srato delle cose presenti, una verniciata di giustizia. A chi si lamenta del freddo, Giuseppe risponde che per lui non è mai stato un problema, perché ne ha affrontato tanto nella vita, nei volantinaggi nei turni mattiniero e invernali nelle fabbriche, o in altri momenti che conosciamo solo a metà.

E così il mercato si trasforma. Dalle semplici bancarelle emerge il gazebo, come un piccolo palcoscenico, dove le parole e la dedizione creano calore, dove l’incontro tra persone diventa un gesto di resistenza e di speranza. È bello osservare questo gruppo di compagni, vedere le mani che offrono volantini, i volti illuminati dal desiderio di condividere qualcosa di più grande. Un foglietto di carta, parole pronunciate con convinzione, e un freddo che, paradossalmente, sembra rendere tutto ancora più vivo.

Qui, tra frutta, verdura e passanti frettolosi, si costruisce con pazienza un futuro possibile, un piccolo laboratorio di umanità, dove l’ideale e la realtà si incontrano, per quanto gelida sia la giornata. A volte si incontrano nuove persone. Oggi è il caso di una ragazza giovane e simpatica, che si ferma a lungo di fronte al gazebo, osserva, fotografa, curiosa e attenta. Poi comincia a parlare: dice di avere la madre argentina e confessa la propria preoccupazione per ciò che accade nel mondo. Se tutto sta diventando un enorme teatro di guerra, dice, non rimarrà più un luogo sicuro dove vivere, crescere, diventare grandi. Nei suoi occhi non c’è disperazione, perché a vent’anni la speranza non si perde mai del tutto, eppure si percepisce la preoccupazione per un mondo che sembra diventare sempre più difficile da abitare.

Prima di allontanarsi, ripete sottovoce: “Speriamo, speriamo che tutto cambi, speriamo che ci sia qualcosa che cambi”. Forse quelle parole, raccolte da Giuseppe come un inno all’ottimismo, sono come un vestito caldo in una giornata gelida. Un conforto, una cura, un pensiero capace di dare senso e significato a ciò che accade, indicare una via che, per quanto incerta, rimane l’unica oggi possibile per l’umanità.

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