Home » Intervista a Piero Rusconi

4 Aprile 2026

ADRIANO ARLENGHI

Siamo nel cuore di Mortara, tra i banchi del mercato cittadino, un luogo che per eccellenza rappresenta l’incrocio bisogni e di relazioni. Qui, tra il vociare della gente e il viavai quotidiano, incontro Piero. La sua è una storia che parte da lontano, dalle fatiche del lavoro in fabbrica a soli quindici anni fino alle sfide della solidarietà internazionale in America Latina.

Piero non è solo un osservatore, ma un uomo che ha vissuto sulla propria pelle il passaggio dal ruolo di operaio a quello di delegato sindacale, concludendo la carriera come insegnante in un centro di formazione professionale. La sua visione della società e della politica è intrisa di un’esperienza umana profonda, maturata nel contatto diretto con le difficoltà altrui. In questa chiacchierata, ci offre uno sguardo lucido e appassionato su Mortara, sul futuro dei giovani e sulle nubi che si addensano all’orizzonte internazionale.

​Piero, partiamo dal tuo percorso. Quali sono state le esperienze che ti hanno dato più energia e soddisfazione nella vita?

«Le cose che ho fatto nella mia vita sono parecchie. Io ho un’origine professionale proprio operaia e ho fatto un po’ di tutto, sia dal punto di vista professionale che politico. La mia attività lavorativa comincia da ragazzo, praticamente a 15 anni lavoravo già in fabbrica, sia per mantenermi che per avere una certa indipendenza e potermi pagare gli studi; sono stato uno studente lavoratore per molti anni. Poi ho avuto esperienze sindacali come delegato e funzionario, ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata l’esperienza di solidarietà internazionale. Ho vissuto e lavorato per parecchi anni in Brasile, collaborando con associazioni e sindacati per dare una mano nelle situazioni di difficoltà. L’ultima parte lavorativa l’ho fatta come insegnante al centro di formazione professionale, ma le soddisfazioni più grandi restano l’attività da delegato e l’impegno nella solidarietà internazionale.»

Tu vivi in un paese vicino, ma frequenti Mortara quotidianamente. Come vedi questa città oggi e cosa pensi manchi davvero?

​«Io abito qui vicino, ma praticamente vivo più qui che a casa mia. Secondo me, il problema di Mortara è che è “morta” dal punto di vista culturale. Non ci sono attività, e non parlo solo per i giovani, ma per tutti. Non mi convincono quelli che dicono “una città per i giovani”: una città deve essere per tutti, non solo per una categoria. Bisognerebbe dare a tutti qualcosa a seconda della condizione sociale e anagrafica, con proposte culturali diversificate. Vedo una città molto spenta. Resto convinto che la qualità di un posto non dipenda dalla ricchezza materiale, ma dalla ricchezza spirituale e dai rapporti sociali che favorisce. Una comunità sta insieme perché ha qualcosa in comune, sono le relazioni che determinano la qualità della vita, non solo l’economia o l’ambiente.»

​Sul fronte internazionale sei molto preoccupato per i venti di guerra che spirano con sempre maggiore violenza? Ti definiresti ottimista o pessimista?

​«Vale il vecchio detto di Gramsci: il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà. Razionalmente siamo messi male; la tendenza alla guerra sembra ormai irrefrenabile. I potenti del mondo ci stanno portando verso un conflitto generalizzato. L’ottimismo della volontà, però, mi fa sperare che il popolo, anche quello mortarese, capisca che si sta scherzando col fuoco. Pensiamo che siccome le bombe non ci cadono in testa, non siamo coinvolti, ma io non ne sono sicuro. Abbiamo a che fare con élite nazionali irresponsabili e incapaci, che pensano di vivere come vent’anni fa. Il popolo italiano non ha ancora la consapevolezza del rischio; bisogna svegliarsi, perché fra un po’ potremmo trovarci con i missili sopra la testa.»

​Parlando di giovani e politica locale, conosci bene Massimiliano Farrel? Cosa ti ha colpito di lui?

​«Conosco Max da quando andava al liceo. La prima cosa che colpisce è la sua maturità, superiore alla sua età. Ha una grande capacità di ascolto e, a differenza di molti che parlano senza riflettere, lui ci ragiona sopra. Ho notato una qualità diversa nei suoi interventi quando sono preparati e meditati. È uno che pensa prima di agire. Poi gli riconosco l’idea della politica come servizio alla gente, che è diverso dall’essere servili. Non è un “ruffiano”, ha proprio l’idea che la politica sia una cosa di tutti e per tutti, da chi ha difficoltà economiche a chi sta bene ma soffre per la scarsa qualità delle relazioni sociali. Lui sa ascoltare la comunità.»

Qual è invece il tuo sogno personale o il tuo progetto per il futuro?

​«Il mio progetto è avere giovani che si interessano delle cose comuni e sociali. Magari non usano il termine “politica”, che è stato un po’ rovinato, ma l’importante è impegnarsi socialmente. Il mio sogno è dare un contributo a queste persone. Dal punto di vista personale, invece, vorrei avere più tempo per leggere. Ho sempre troppi libri in sospeso. Ora sto leggendo un volume sulla storia della Cina ai tempi di Confucio. Sono appassionato di storia perché credo che chi non la conosce non possa valutare il presente, e per preparare il futuro bisogna capire bene dove viviamo oggi.»

​L’intervista con Piero Rusconi ci restituisce il ritratto di un uomo che non ha mai smesso di lottare per i valori della collettività e della solidarietà. Dalle sue parole emerge una critica costruttiva verso una Mortara che necessita di ritrovare la propria anima attraverso la cultura e il legame sociale, superando l’isolamento individuale. Il suo richiamo alla consapevolezza verso i rischi globali e la sua stima per le nuove generazioni, incarnate da figure come Max, disegnano una via d’uscita dalla rassegnazione: l’impegno civile come cura per la comunità.

Piero poi conclude con un invito allo studio e alla memoria storica, strumenti a suo parere indispensabili per non farsi travolgere dal presente e per costruire, con “l’ottimismo della volontà”, un futuro più umano. È giunto mezzogiorno. È venuto il tempo di smontare il gazebo e augurarsi buone feste.

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