5 Luglio 2026
MILU’ CHISARI
Per qualcuno è il giorno della libertà. Per me è il giorno in cui si celebra la nascita di uno Stato costruito sul furto delle terre indigene, sulla violenza coloniale e sulla cancellazione di centinaia di popoli.
Dietro le bandiere a stelle e strisce, i fuochi d’artificio e la retorica della democrazia si nasconde una storia fatta di massacri, deportazioni, trattati sistematicamente traditi, fame imposta, villaggi distrutti e culture perseguitate. Una storia che troppo spesso viene addolcita nei libri di scuola e trasformata nel mito della “conquista occidentale”, come se occupare la casa di altri fosse un’impresa eroica.
La nascita degli Stati Uniti non può essere separata dal colonialismo. Non può essere raccontata senza parlare delle nazioni indigene spazzate via dall’espansione territoriale, delle comunità costrette ad abbandonare le proprie terre, delle famiglie distrutte e dei bambini strappati ai genitori per essere rinchiusi in scuole dove veniva loro proibito perfino parlare la propria lingua.
Questo non è stato progresso. È stata violenza organizzata. È stata conquista. È stato colonialismo d’insediamento. E le conseguenze di quella storia continuano ancora oggi, nelle disuguaglianze, nella povertà e nell’emarginazione che colpiscono molte comunità native.
Il capitalismo ha sempre avuto bisogno di nuove terre da sfruttare, di nuove risorse da saccheggiare e di popoli da piegare ai propri interessi. La colonizzazione del continente americano non è stata soltanto una guerra di conquista: è stata la costruzione di un sistema economico fondato sull’accumulazione attraverso l’espropriazione, sulla proprietà privata imposta con la forza e sulla convinzione che il profitto valesse più della vita umana.
Oggi ci chiedono di applaudire la “terra della libertà”. Ma quale libertà? Quella dei colonizzatori? Quella di chi ha trasformato un continente in un immenso campo di conquista? La libertà non può esistere quando nasce dalla negazione dell’esistenza di altri popoli.
Ricordare i nativi americani non è un esercizio di nostalgia. È un dovere politico. Significa schierarsi contro ogni forma di colonialismo, contro l’imperialismo, contro l’idea che un popolo possa arrogarsi il diritto di dominare un altro in nome della civiltà, del mercato o della democrazia.
La storia non appartiene ai vincitori. Appartiene anche agli oppressi, a chi ha resistito, a chi è stato cancellato dai monumenti e dai manuali, ma non dalla memoria.
Oggi non celebro il 4 luglio, e mai lo farò.
Ricordo le nazioni indigene che hanno difeso la propria terra fino all’ultimo respiro. Ricordo chi è stato sterminato, deportato, umiliato e privato della propria identità. Ricordo chi continua ancora oggi a lottare per la propria autodeterminazione e per la difesa dei territori ancestrali.
Perché nessuna bandiera può coprire il sangue versato. Nessun fuoco d’artificio può illuminare le pagine più oscure della storia. Nessuna propaganda può trasformare la conquista in libertà.
La liberazione dei popoli non nasce dall’oppressione. La pace non nasce dall’occupazione. La giustizia non nasce dalla forza.
Finché ci sarà chi festeggerà la conquista ignorando gli oppressi, ci sarà sempre qualcuno che sceglierà di stare dalla parte della memoria, della resistenza e dei popoli che hanno pagato il prezzo più alto.
Io, oggi, sto dalla loro parte.