7 Settembre 2024
ADRIANO ARLENGHI
Siediti Adriano mi dice oggi Alessandro, siediti qui. E mi indica una seggiolina da campeggio accanto alla sua, dove l’ombra concede una frazione di refrigerio. Siamo immersi nella coda afosa dell’estate, che qui nella zona industriale di Mortara piena di asfalto e cemento , sembra ancora più cattiva.
Alessandro Farina per tutti il Sandrino o il Farinin, da sette anni non manca all’appuntamento. Siamo davanti alla discarica incendiata Eredi fratelli Bertè. Lui si guarda attorno compiaciuto, mentre i compagni tirano su il gazebo e manifesta piacere nel vedere tante facce giovani. Segno di continuità generazionale e che i semi piantati nei lustri hanno dato buoni frutti.
I ricordi sono un po’ spezzettati ma sempre molto colorati . I ricordi gli escono come torrenti in piena e le parole tornano ai tempi del dopoguerra, ai canti delle mondine, al chinino di Stato, alle feste per la fine delle ostilità, ai comizi. Mi canta anche delle canzoni partigiane che non conoscevo. Anche se quando gli chiedo se posso registrare le sue parole e farne una specie di intervista, lui si tira indietro e dice di no.
Poi ti spiega che in questi giorni caldi ed anche oggi , lui non è andato a coltivare l’orto e che dovrà aspettare tempi più freschi. Una presenza così simpatica e così genuina come Alessandro, nonostante l’età, fa sempre piacere trovare. Accade che tutte le volte che lo vedo, mi sento di dargli una stretta di mano. Di lui ammiro la sua voglia indistruttibile di cambiare il mondo, una vita di fatica alla quale non si è mai sottratto o arreso.
Non so per quale motivo, ma quando lo guardo, mi prende un senso di tranquillità, di certezza, di valore dell’etica, una fede profonda nell’umanità. Vederlo, può sembrare sciocco o strano ma genera felicità. Al mercato c’è chi lo cerca sempre e prende il volantino soltanto da lui. È un riconoscimento che si merita di certo e che si merita tutto intero. Ha un modo curioso di volantinare alla gente. Tutto suo. Lo osservo sempre e lo imito.
Con una mano tiene un foglio, sul braccio tutti gli altri. I gomiti quasi spalancati come se ancora ci fossero tanti operai che escono dalla fabbrica ai quali bisogna corrispondere un volantino che parla di lotta, uno slogan di rivoluzione. Poi mi dice delle frasi in dialetto lomellino e mi spiega il significato. Ed io lo immagino bambino e poi ragazzino, lo immagino alla fine della guerra con dentro al cuore i drammi di una terribile barbarie e la speranza della ricostruzione. La speranza di poter tornare a danzare la vita.
Il presidio è terminato. Lui si aggiusta gli occhiali sul petto, saluta tutti con trasporto. Uno sguardo sorridente e felice. Io non sono certo che la felicità esista, ma se dovesse esserci, allora non avrei dubbi.
È quella che si colora sul suo viso al momento di andare via.
