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Affettività negata, libertà tradita

by Rino Arrigoni

10 Dicembre 2025

GIOVANI COMUNISTI/E

La recente bocciatura, in Regione Lombardia, della mozione per introdurre percorsi strutturati di educazione all’affettività e alla sessualità nelle scuole non è un errore tecnico, non è una distrazione, non è una sfumatura ideologica: è un atto politico netto. È la scelta consapevole di privare le nuove generazioni degli strumenti necessari per vivere relazioni sane, libere, consapevoli. È un atto gravissimo, soprattutto in questo momento storico, in cui femminicidi, violenze di genere, discriminazioni e solitudini giovanili non sono eccezioni ma quotidianità, in cui cresce la distanza tra le persone e si indebolisce il tessuto stesso della socialità.

I dati europei mostrano che l’Italia è tra i paesi più arretrati: solo dieci nazioni su venticinque dispongono di un programma completo di educazione sessuale e affettiva, e noi restiamo fuori da questo gruppo. Dove questi percorsi esistono davvero, si riducono violenza, discriminazione, pregiudizio. Qui invece si preferisce alimentare il silenzio, la paura, il tabù, lasciando i giovani in balia della pornografia algoritmica, dei social tossici, delle famiglie che spesso non hanno strumenti né linguaggi per affrontare questi temi. Una scelta che è già di per sé una forma di abbandono istituzionale.

A livello nazionale, il DDL Valditara — con il vincolo del “consenso informato” dei genitori — rende la scuola un territorio sotto tutela familiare, non uno spazio pubblico di formazione e liberazione. Significa mettere un veto sulle conoscenze più necessarie proprio a chi vive in contesti chiusi, repressivi, patriarcali. Significa dire, di fatto: “Se i tuoi genitori non vogliono che tu sappia cosa è il consenso, cosa è un abuso, cosa è il rispetto del corpo, allora resterai ignorante”. È un tradimento dei giovani e della scuola.

Negare l’educazione all’affettività non significa solo impedire di comprendere la sessualità: significa impedire ai ragazzi e alle ragazze di ritrovare il rapporto con gli altri, di riscoprire la dimensione relazionale come fondamento della vita comune. Oggi viviamo in una società che spinge all’isolamento, alla competizione, alla frammentazione. I giovani affrontano solitudini profonde, dipendenze digitali, incapacità di comunicare davvero. L’educazione affettiva è l’antidoto sociale che potrebbe ricucire legami, imparare a vivere l’emozione e la vulnerabilità come ricchezza, non come debolezza. Rifiutarla significa accettare una società atomizzata, dispersa, disumana.

E soprattutto, negare questi percorsi significa rinunciare a contrastare con decisione la struttura patriarcale che domina ancora relazioni, cultura, istituzioni. Il patriarcato non è un fantasma ideologico: è il sistema che produce violenza, che impone ruoli, che normalizza l’idea che il corpo delle donne e delle soggettività LGBTQIA+ possa essere controllato, giudicato, posseduto. Un’educazione sessuale e affettiva moderna serve esattamente a questo: a mostrare che l’autodeterminazione è un diritto, che il rispetto è un dovere, che il genere non è una gabbia, che la libertà non deve essere contrattata ma garantita.

E soprattutto serve a spiegare il consenso. La parola chiave che può cambiare la cultura delle relazioni. Il consenso come pratica, come linguaggio, come etica. Come “sì” che vale solo se libero, come “no” che deve essere riconosciuto senza se e senza ma, come responsabilità reciproca, come modo per costruire legami e non possesso. Senza educazione, il consenso resta una parola vuota: resta un concetto che si apprende nella peggiore delle scuole, quella della violenza e del trauma.

Per questo la scelta della giunta lombarda e del governo nazionale non è semplice conservatorismo: è un attacco diretto alla libertà e alla dignità delle persone. È oscurantismo che si traveste da prudenza, repressione che si finge neutralità. È volontà di mantenere intatto l’ordine patriarcale, di impedire che i giovani imparino a difendersi, a riconoscere la violenza, a pretendere il rispetto.

Come Giovani Comunisti rifiutiamo questa deriva. Rivendichiamo una scuola che emancipa, non che censura. Una scuola che costruisce autonomia, non obbedienza. Una scuola che insegna a vivere davvero con gli altri, non a temerli. Una scuola che abbatte le strutture patriarcali e restituisce ai giovani il potere di prendere la parola sul proprio corpo, sui propri desideri, sulle proprie relazioni.

È urgente organizzarsi, mobilitarsi, gridarlo forte: la conoscenza non è un lusso, è un diritto. E senza educazione affettiva e sessuale non c’è libertà, non c’è uguaglianza, non c’è emancipazione. Non c’è nemmeno futuro.

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