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IL CUORE DI GAZA

by Rino Arrigoni

27 Febbraio 2026

ADRIANO ARLENGHI

Il cuore di Gaza

​C’è una commozione profonda, una vibrazione civile che colpisce ascoltando Enrico Crotti, presidente dell’ANPI, mentre racconta come questa mostra sia approdata a Mede. Non si tratta di una semplice esposizione di disegni, ma di un atto di resistenza culturale e di testimonianza attiva, voluto fortemente insieme al Coordinamento Pace di Vigevano e Lomellina. Crotti sottolinea con vigore come questo percorso espositivo, che sta girando l’Europa e l’Italia, sia un ponte necessario verso quella terra martoriata che il pacifista bresciano Vittorio Arrigoni, attivista del movimento della solidarietà internazionale , ucciso nella Striscia nel 2011, ci implorava di non dimenticare. Il suo leggendario monito, “Restiamo umani”, campeggia oggi come un imperativo morale sugli striscioni della mostra, ricordandoci che l’indifferenza è la forma più sottile di complicità.

​Il percorso espositivo, come evidenziato dai pannelli storici, affonda le radici in una cronologia millenaria: Gaza non è solo un nome sui bollettini di guerra, ma una città che compare già nei documenti del faraone Thutmose III nel 1450 a.C. Per secoli è stata una perla multiculturale e multilingue, un crocevia di traffici commerciali e culturali sotto l’Impero Ottomano. Tuttavia, la narrazione si fa drammatica quando tocca i nodi della storia recente. I testi ricordano con precisione la Nakba del 1948, la “catastrofe” che vide 700.000 palestinesi scacciati dalle proprie case, e arrivano fino all’assedio iniziato nel 2007, che ha trasformato la Striscia nella “prigione più grande del mondo”. Oggi, dopo il 7 ottobre 2023, la situazione è precipitata in un abisso di fame e bombardamenti che ha reso ogni centimetro di quel territorio insicuro, come testimoniano i volantini di evacuazione che intimavano alla popolazione di abbandonare il nord della Striscia.

​Ma il cuore pulsante della mostra, quello che Crotti illustra con maggiore dovizia di particolari e commozione, sono i disegni del progetto “HeART of Gaza”. Qui il contrasto visivo è terribile e parla direttamente allo stomaco dei visitatori. Enrico fa notare con insistenza come nelle opere realizzate prima della devastazione totale i bambini ritraessero la bellezza della quotidianità: oggetti familiari, i colori vivaci dei mercati, il blu profondo del Mediterraneo e aquiloni che volano alti nel cielo Poi, l’orrore irrompe sulla carta: le bombe stravolgono i fogli, le matite si fanno cupe e pesanti, le case diventano macerie e la vita viene brutalmente ribaltata.

​Questi disegni sono arrivati a noi grazie al coraggio di Mohammed Timraz, un giovane di 29 anni che ha scelto di restare a Gaza per coordinare la campagna “We are not alone”, offrendo cibo, tende e attività ricreative ai profughi di Deir al Balah. Mohammed ha trasformato l’arte in una forma di “Sumud”, termine arabo che indica la resilienza non violenta e l’attaccamento incrollabile alla propria terra. Un dettaglio che Crotti ama evidenziare è il valore simbolico dell’allestimento: le cornici sono state realizzate con legname recuperato dall’alluvione di Senigallia. È il segno tangibile di una dignità che risorge dal fango, unendo simbolicamente il dolore del territorio italiano a quello palestinese in un abbraccio di solidarietà universale.

​Particolarmente toccante è il Libro dei commenti, dove i coetanei italiani come gli studenti di Lomello che però saranno in visita domani, scrivono ai piccoli artisti di Gaza.

In quelle pagine emerge la potenza di un pensiero limpido e dirompente: i bambini di tutto il mondo si riconoscono tra loro, scavalcando i pregiudizi degli adulti per gridare che l’infanzia deve essere un diritto sacro e garantito a tutti, senza distinzioni di confine o religione. Visitare questa mostra significa infine accogliere l’eredità del poeta Refaat Alareer, ucciso nel dicembre 2023, che nei suoi versi chiedeva: “Se dovessi morire, tu devi vivere per raccontare la mia storia”. È l’invito che Enrico Crotti rivolge a ogni visitatore: restare umani, guardare quegli occhi disegnati che ci interpellano e, finalmente, decidere di non girarsi più dall’altra parte.

​Invito tutti ad andarla a vedere in biblioteca a Mede.

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