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Il delitto Matteotti

by Rino Arrigoni

13 Giugno 2024

Tratto da: Il delitto Matteotti | Rifondazione Comunista

di Lelio La Porta –

Appena eletto deputato a seguito della tornata del 6 aprile del 1924 nella circoscrizione del Veneto con 1585 voti di preferenza (32.383 voti di lista), Gramsci, ancora a Vienna, scrisse alla moglie Giulia a Mosca una lettera dalla quale si evince il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni stesse, la denuncia del quale costerà la vita a Matteotti: “Pare che proprio questa volta il destino crudele abbia proprio voluto che io fossi deputato di … Venezia. Andrò quindi in Italia per qualche giorno, ma poi ritornerò ad uscirne per andare all’esecutivo allargato.

Le elezioni sono andate molto bene per noi. Le notizie che il partito ha ricevuto dai vari posti sono ottime: abbiamo preso 304.000 voti ufficialmente, ma in realtà ne avevamo certamente presi di più del doppio e i fascisti hanno pensato di attribuirseli, cancellando con la gomma il segno comunista e tracciandone uno fascista. Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, quando penso che a Torino sotto il controllo dei bastoni 3000 operai hanno scritto il mio nome e nel Veneto altri 3000 in maggioranza contadini hanno fatto altrettanto, che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha un valore e un significato. Penso che però per fare il deputato rivoluzionario in una Camera dove 400 scimmie ubriache urleranno continuamente ci vorrebbe una voce e una resistenza superiori a quelle che io abbia. Ma cercherò di fare del mio meglio: sono stati eletti alcuni operai energici e robusti che io conosco bene e conto di poter svolgere un lavoro non del tutto inutile. Qualche fascista di mia conoscenza si torcerà più di una volta dalla rabbia. Ma di ciò parleremo a voce perché ci sarà tempo, dato che la Camera si aprirà solo il 24 maggio e alle prime riunioni io non potrò assistere perché sarò vicino a te per mostrarti la lingua, in attesa di mostrarla a … Mussolini”.

Il 21 luglio del 1923 la Camera approva con 223 voti favorevoli e 123 contrari la legge Acerbo, ossia la nuova legge elettorale che prevedeva l’assegnazione dei due terzi dei seggi alla lista che raggiungesse almeno il 25% dei suffragi e il restante terzo alle altre liste secondo criteri di proporzionalità. Va notato che contro la riforma votarono amendoliani, socialisti unitari e massimalisti, comunisti e, mentre i popolari si astennero, la maggioranza liberale votò a favore scatenando le ire proprio di Giovanni Amendola. Nonostante la vittoria incassata, Mussolini fa subito notare che le cose sarebbero andate così anche in caso di voto contrario in quanto “il potere lo abbiamo e lo teniamo. Lo difenderemo contro chiunque. Qui è la rivoluzione; in questa ferma volontà di mantenere il potere!”

Quasi a conferma delle parole del loro duce, gli squadristi uccidono, il 23 agosto, ad Argenta, don Minzoni, un prete scomodo, troppo vicino ai contadini; la Chiesa non protesta, la Magistratura, pur conoscendo i nomi dei responsabili, non agisce.

Quando Mussolini si accorge che il Consiglio dei ministri potrebbe non prorogargli i pieni poteri, attribuitigli un anno prima, viste le titubanze dei democratico-sociali, chiude la sessione della Camera e il 24 gennaio del 1924 un Regio Decreto la scioglie convocando le elezioni per il 6 aprile. Mai calcolo politico fu più azzeccato: invece di affrontare un rischioso dibattito parlamentare, il fascismo si affidava alle urne sapendo di poter contare sulla forza di persuasione o di dissuasione, a seconda dei punti di vista, della Milizia e dello squadrismo; senza contare la complicità del Re. Preparato il listone all’interno del quale spiccavano, uti singuli, alcuni dei leader liberali che avevano favorito l’avvento al potere del fascismo (Orlando, Salandra, De Nicola), mentre le opposizioni, superate alcune iniziali propensioni astensioniste, si organizzavano in ordine sparso, Mussolini occupa la cabina di regia dalla quale provengono gli ordini agli squadristi attivati per controllare violentemente l’attività elettorale degli oppositori. Vanno messi sotto torchio, nell’ordine, i socialisti, unitari e non, i cattolici, gli amendoliani.

Bisogna picchiare più fuori città che in città per evitare un’eco eccessiva; bisogna togliere il pur minimo spazio di libertà agli oppositori per assicurare la vittoria alla lista liberal-fascista. Al socialista Di Vittorio fu impedito di fare campagna elettorale; un altro socialista, Piccinini, fu ammazzato in casa dagli squadristi; nel sud gli attivisti fascisti fecero incetta di certificati per manipolare le elezioni e i notabili liberali, che esercitavano un forte potere di attrazione sugli elettori, si fecero in quattro per dimostrare che le elezioni servivano soltanto per confermare il ministero in carica. Risultati elettorali: votanti 63,8%; listone, a cui va aggiunta una lista fascista di disturbo: 64,9% e 375 seggi; opposizioni: oltre il 30%. Il commento al risultato va tratto dalla penna di Mussolini in persona che, scrivendo alla fine di aprile per «Gerarchia», rivista ufficiale del fascismo, un articolo intitolato Preludio al Machiavelli, ricordava la seguente frase del Segretario fiorentino, non senza un evidente compiacimento: «tutti profeti armati vincono li disarmati ruinarono».

Il 30 maggio si riapre la Camera. L’on. Matteotti chiede la parola; denuncia il clima in cui si sono svolte le elezioni; mette in discussione la legittimità della maggioranza al potere. Fra interruzioni varie afferma: «Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo se siete ancora in tempo; altrimenti voi, sì, veramente rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della nazione… Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni». Il Capo del governo, secondo la testimonianza del capo del suo ufficio stampa Cesare Rossi, dopo il discorso di Matteotti si lasciò andare ad una serie di invettive contro gli oppositori «dicendo che il regime fascista aveva fatto male a non farli fucilare fin dal principio, aggiungendo che quello che non si era fatto allora si poteva fare adesso e che un dì o l’altro questi signori sarebbero stati trattati come cenci alla forca”, Da notare che, quasi presago, Matteotti dopo il suo discorso si era rivolto all’on. Cosattini nel modo seguente: «Ed ora preparatevi a farmi l’elogio funebre».

Il 10 giugno una squadra fascista (guidata da Dumini e composta da Volpi, Poveromo, Viola e Malacria, organizzata dal segretario amministrativo del Pnf Marinelli) sequestrò Matteotti e lo uccise (il corpo fu ritrovato alla Quartarella il 16 agosto). Il 12 giugno, davanti ad una Camera piuttosto preoccupata per la carenza di notizie, Mussolini tranquillizza tutti affermando che i colpevoli saranno assicurati alla giustizia. L’on. Chiesa, accortosi dell’imbarazzo del duce che non risponde alle richieste rivoltegli dalle opposizioni, lo indica esclamando: «Allora è complice!». D’altronde Mussolini non poteva che essere imbarazzato visto che era al corrente di quanto avvenuto. Fra il 12 e il 16 giugno è un susseguirsi di eventi: viene arrestato Dumini; si dimettono il sottosegretario all’Interno Finzi, coinvolto in affari poco puliti sui quali Matteotti stava per informare la Camera, e Rossi; sparisce e poi viene arrestato Filippelli, direttore del «Corriere italiano», che aveva prestato l’auto agli assassini; le opposizioni pongono la questione morale sugli eventi (il 27 giugno inizierà l’Aventino con la costituzione di un comitato delle opposizioni e l’astensione dai lavori della Camera); Vittorio Emanuele III, che avrebbe potuto, in base allo Statuto, nominare un ministero della Corona, sciogliere la Milizia e convocare nuove, e veramente libere, elezioni, si limitò a chiedere al duce di nominare il nazionalista Federzoni agli Interni e a proseguire come se nulla fosse accaduto. Il ritrovamento del corpo di Matteotti alla metà di agosto scatenò una nuova ondata di orrore e di sdegno ma la lotta politica, di fatto, si ridusse a scaramucce a mezzo stampa condite di memoriali consegnati al Re dalle opposizioni che non sortirono effetto alcuno. Intanto, dopo aver incassato, il 24 giugno, la fiducia dal Senato (anche Benedetto Croce votò per il governo), il duce avviava la stretta finale: 1’8 luglio viene applicato un Regio Decreto, già discusso più di un anno prima, con il quale si dava facoltà ai prefetti di procedere al sequestro dei giornali. Intervenendo al Gran Consiglio il 22 luglio Mussolini sottolineò l’eccezionalità del fascismo come fenomeno politico violento e la sua insostituibilità per le classi dirigenti italiane. Le opposizioni, divise fra l’attendismo aventiniano e la richiesta comunista di uscire nelle piazze a sfidare il regime (d’altronde, ricorderà Gramsci stesso, nei confronti dei comunisti le opposizioni borghesi facevano valere la pregiudiziale antibolscevica per «metterli alla porta»), danno tempo ai fascisti di riorganizzarsi.

La Camera riapre il 24 novembre. Mussolini, il 3 gennaio del 1925, realizza quell’autentico colpo di teatro, e di Stato, che fu il discorso con cui iniziò effettivamente la dittatura nel nostro paese; per intenderci, il discorso con il quale si assumeva la responsabilità morale e politica di quanto era avvenuto. Ha inizio il regime e le forze antifasciste si disperdono nella clandestinità o si allontanano dal paese per non cadere nelle mani dell’occhiuta polizia fascista; per chi resta c’è la galera e il Tribunale speciale. Intanto il fascismo costruisce, a colpi di leggi speciali, il consenso intorno a sé; il Parlamento è esautorato, il Gran Consiglio del fascismo (organismo di partito e di regime presieduto da Mussolini in persona) è costituzionalizzato. Inizia la marcia che condurrà il fascismo all’abbraccio mortale con la Germania nazista fino alla guerra mondiale.

da futuraumanita.com

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