20 Maggio 2026
ADRIANO ARLENGHI
Dario Colombo è un amico che porta con sé i segni di una storia fatta di sacrificio, coerenza e impegno civile. Nato in quella provincia milanese che ancora odorava di terra e fatica, ha attraversato le stagioni più calde della storia italiana recente: dalle lotte operaie del ’69 al boom tecnologico nelle multinazionali americane, fino alla scelta di ritirarsi nella quiete, oggi purtroppo opaca, della Lomellina.
A 75 anni, con una lucidità tagliente e una passione mai sopita, ha deciso di rimettersi in gioco per Mortara e le sue frazioni, spinto da una necessità di giustizia che lo accompagna fin da quando, quattordicenne, mosse i primi passi nel mondo del lavoro. In questa conversazione, Dario si mette a nudo, raccontando il passato, il presente e un’idea di futuro che non vuole arrendersi al declino.
Dario, partiamo dall’inizio. Chi sei e qual è il percorso che ti ha portata fin qui?
«Sono nato nel 1951 a Rho, in provincia di Milano, da una famiglia di umilissime origini contadine. Per diversi motivi ho dovuto iniziare a lavorare a 14 anni ed è lì che ho avuto i primi segnali, l’esigenza di giustizia sociale, di diritti e di tutele. Con molti sacrifici ho studiato la sera fino a diplomarmi come elettrotecnico. Ho sempre un po’ lottato per qualsiasi esigenza vedessi nel mondo del lavoro; ho vissuto il famoso autunno caldo del ’69 e poi, nel ’73, ho avuto un colpo di fortuna: sono entrato in una grande multinazionale americana, l’IBM, un colosso dell’elettronica. Lì i miei valori hanno cominciato non dico a scricchiolare, però la mentalità americana è molto diversa. Volevano comprarmi; qualche volta ci sono riusciti, qualche volta no, finché mi sono fatto un esame di coscienza. Ho voluto rifarmi una verginità politica stando vicino a gruppi parlamentari ed extraparlamentari, esattamente di Lotta Comunista, ma c’era molto poco di pratico, molto di teorico e impossibile da concretizzare».
Poi c’è stata la scelta di cambiare vita e trasferirsi a Mortara. Com’è avvenuto questo passaggio?
«Nel 1987 ho realizzato il mio grande sogno di tornare in campagna dove ero nato. Per caso abbiamo trovato una casa qui ai Casoni di Sant’Albino; non conoscevamo nulla di Mortara. Se io da una parte non ho fatto molta fatica a inserirmi, mia moglie, che veniva da Milano centro, ha avuto un impatto un po’ sorprendente. Nel frattempo è nato mio figlio. Oggi, a 75 anni, su richiesta di Massimiliano Farrel, che mi ha fatto un bel lavoro ai fianchi, ho deciso di rimettermi in discussione. In 40 anni che sono qui ho visto il degrado di Mortara: lento e inesorabile. Adesso non ci sono punti di aggregazione, non è una città viva; anzi, è una città morta, dormitorio, abulica e apatica, direi quasi rassegnata. Nelle frazioni dove abito lo è ancora di più. Se mi eleggeranno, o anche se così non fosse, continuerò a lavorare per le frazioni vicino al partito, per dare quello che posso e spero di non deludere nessun. In ogni caso considero Farrel preparato e competente».
C’è anche una motivazione più profonda, quasi una reazione a un clima culturale che non ti appartiene?
«Mi sono convinto a candidarmi perché sono stanco, come molti di voi, di sentirmi gettare addosso fango: “comunista uguale a criminale”, “comunista difendete i delinquenti”, “comunisti fate venire gli immigrati”. Non parliamo poi dell’ANPI, descritta come partigiani criminali e sanguinari. Sono esasperato da tutto questo. Uno dei miei obiettivi è cercare di riportare un po’ di giustizia nella storia, senza avere la presunzione di essere uno storico».
Guardando al mondo di oggi, segnato da conflitti continui, ti sente ottimista o pessimista?
«Mi sforzo di essere ottimista, ma da quello che vedo non ho molti motivi per esserlo. Vedo il lasciarsi andare della gente, discorsi tipo: “ma cosa ci riguarda quella guerra?”, “a noi non ci toccherà”. Questo è il più grosso errore. Quando per la guerra con l’Iran la gente si troverà bollette astronomiche e l’inflazione alle stelle, vedremo se non saranno fatti nostri. Lo stesso vale per l’immigrazione. Quando dicono “cosa c’entriamo noi?”, io dico che è un’osservazione intelligente: pensa un po’, era quello che si chiedevano loro quando andavamo là come schiavi a derubarli e massacrarli. Dopo quattro secoli di schiavitù e tre di colonialismo, prima o poi doveva succedere: ci stanno presentando il conto. Dobbiamo integrarli, ma integrare non significa alberghi a cinque stelle gratis. Significa rispettare le nostre leggi e i nostri costumi. Uno può non mangiare maiale o le donne possono girare velate se è una loro decisione, ma noi dobbiamo fare la nostra parte senza retorica. Mi ha commosso vedere dei ragazzi domenica salire a parlare; mi viene da dire, come la Cortellesi, che “c’è ancora domani”. Ci credo, c’è ancora un futuro».
Per concludere, qual è il tuo sogno personale, l’augurio che fai a te stesso?
«Sono nato in una cascina e ricordo un anziano che diceva due cose che allora non capivo: chiedo di non morire improvvisamente e di morire “volentieri”. Ti direi questo: vorrei poter dire di aver fatto il mio lavoro, la mia vita, qualcosa di utile. Me ne vado in santa pace, senza rimorsi o rimpianti. Vorrei che qualcuno si ricordasse di me come del “Dario”, una persona stimata che qualcosa ha lasciato».
L’intervista a Dario Colombo ci restituisce l’immagine di un compagno che non ha perso la voglia di lottare contro l’indifferenza. Tra il ricordo delle radici contadine e lo sguardo rivolto alle nuove generazioni, la sua testimonianza è un invito a non voltarsi dall’altra parte, per far sì che il “domani” sia davvero un luogo in cui valga la pena abitare.