1° Maggio 2026
ADRIANO ARLENGHI
In un’epoca segnata dall’incertezza e da un crescente distacco dei giovani dalla vita pubblica, incontro oggi un ventiquattrenne di Mortara che ha deciso di non restare a guardare. Con un passato nella ristorazione e il desiderio di mettersi al servizio degli altri, mi racconta perché ha scelto di “metterci la faccia” accanto a Massimiliano Farrel , scommettendo sulla sincerità e sul valore della politica come costruzione comune.
Partiamo da te. Sei giovanissimo, vivi a Mortara e hai voglia di guardare il futuro con energia e passione. Raccontami.
“Ho 24 anni e vivo a Mortara praticamente da quando sono nato. Ho studiato al Ciro Pollini come cuoco e ho fatto diversi stage in ristoranti, pasticcerie e pizzerie. È stata un’esperienza sicuramente interessante che mi ha formato a livello professionale, ma è un ambito che non rispecchia appieno la mia persona. Il mio lavoro ideale sarebbe il pasticcere o comunque un’attività a diretto contatto con la clientela: mi piace molto la socialità, l’incontro e lo scambio”.
Attualmente cerchi occupazione. Che difficoltà riscontri?
“Ho lavorato sei mesi come stagista al Gulliver di Mortara, ma non ho avuto possibilità di riassunzione per via delle politiche attuali. Essere giovani nel 2026 è molto difficile; c’è tanta precarietà. Spesso non ci sentiamo ascoltati né voluti, ed è frustrante perché vorremmo solo avere un’opportunità per dimostrare il nostro valore”.
Parliamo della nostra città. Come leggi e guardi la Mortara di oggi?
“Ci sono cose positive: la gente è socievole, ci si parla tranquillamente. Però ci sono aspetti che vanno cambiati radicalmente. Penso alla sicurezza, ma anche agli spazi verdi: molti sono stati chiusi, come il Parco dei Nuovi Nati che tra l’altro è anche vicino a casa mia. Inoltre, credo serva far ragionare la gente su certi argomenti, uscendo da visioni a senso unico o troppo radicalizzate”.
Hai deciso di candidarti con Massimiliano Farrel. Cosa ti lega a lui?
“Lo conosco da tantissimi anni, forse dai tempi del centro estivo all’Asilo di Mortara. Siamo diventati amici subito e l’amicizia è “lievitata” nel tempo. Condivido le sue idee: Max è una persona intelligente, sensibile e soprattutto sincera. Non te la manda a dire, ti dice le cose come stanno. Per me la sincerità è un valore fondamentale, così come la sua gentilezza e il rispetto: anche se hai un’opinione diversa dalla sua, per lui non sei un problema, ma una persona con cui avere un dibattito”.
Molti tuoi coetanei vedono la politica con distacco o sfiducia. Tu invece parli di “ideali”.
“Io ho fiducia nei giovani e in quello che può essere un ideale. Molte persone sono deluse dalla politica, ma io penso che proprio da questa delusione bisogna ripartire per ricostruire tutto da zero. Per me la politica è l’arte di costruire assieme un futuro. Anche se non sono molto ottimista , vedo il bicchiere mezzo vuoto per via dei rischi concreti delle guerre e della precarietà , credo che non dobbiamo restare alla finestra”.
Quali sono i punti fermi del vostro programma. Quelli che ti stanno più a cuore?
La sicurezza e la sanità. Sulla sicurezza non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: è un errore dare sempre la colpa agli extracomunitari. Molti lavorano e non creano problemi; ricordiamoci che anche noi italiani siamo emigrati in America e vi abbiamo portato la mafia. Dimentichiamo troppo spesso le nostre origini. Poi c’è il Pronto Soccorso: è stato chiuso dieci anni fa e noi vogliamo riaprirlo. È giusto che Mortara abbia un presidio efficiente per evitare che i cittadini debbano fare troppi chilometri in caso di emergenza, rischiando la vita”.
Per chiudere, qual è il tuo sogno per il futuro?
“Vorrei innanzitutto che finissero le guerre; non è possibile che l’essere umano non l’abbia ancora capito. Vorrei che la gente si desse più una mano l’un l’altro. E a livello personale, il mio sogno nel cassetto è fare il volontario per la Croce Rossa: mi è sempre piaciuto aiutare le persone, non per lucro, ma perché è una cosa che mi rende felice”.
Ci salutiamo. Dalle parole di Davide emerge un ritratto di una generazione che, pur tra mille difficoltà e un pizzico di sano realismo, non rinuncia a sognare un mondo più solidale. Tra il desiderio di un lavoro stabile e quello di servire la propria comunità, la sua sfida è chiara: trasformare il “menefreghismo” in partecipazione attiva, partendo proprio dalle strade della sua Mortara.