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Intervista a Edoardo Discacciati

by Rino Arrigoni

10 Maggio 2026

ADRIANO ARLENGHI

​Ho incontrato Edoardo in una mattinata di sole che aveva il sapore di promesse e quotidianità, tra i banchi del mercato di Mortara. Mentre intorno il viavai si divideva tra chi comprava arance o scarpe, un sole primaverile quasi timido apriva la voglia dell’incontro e del confronto.

In quel clima sospeso tra il sapore della terra lomellina e l’energia dei ventitré anni di questo ragazzo, abbiamo parlato a lungo di vita, di sogni, di piccoli passi e di una città che aspetta di essere risvegliata. Edoardo, con la schiettezza di chi non ama i giri di parole, si è raccontato senza filtri: dalla passione per il giornalismo al lavoro in sala Bingo, fino alla visione di una politica che deve tornare a essere dialogo, oltre ogni colore.

​Edoardo, partiamo dalle basi. Ti va di presentarti e raccontarci chi sei, cosa fai e cosa ti appassiona?

“​Mi chiamo Edoardo Discacciati, sono uno della classe 2003 e ho compiuto 23 anni a gennaio. Nella vita faccio il giornalista; vorrei cercare di farlo a tempo pieno, ma al momento non mi riesce del tutto. Quindi, per compensare anche a livello economico, lavoro in una sala Bingo a Mortara. Ho studiato qui, mi sono diplomato in quella che era la vecchia ragioneria, oggi Amministrazione, Finanza e Marketing, con voti “non troppo belli”, diciamo.

Poi ho iniziato un breve percorso universitario, concluso dopo tre mesi: non è che non mi piacesse studiare, anzi, ma è il sistema scolastico che ho trovato disastrato e non ce la facevo più a vedere un libro. Vivo a Mortara, sono nato a Pavia ma sono sempre vissuto qui. Mia madre è di Mortara, mio padre di Valle: sono un lomellino all’80%, profondamente legato a questo territorio”.

​Cosa significa essere giovani a Mortara oggi? Cosa apprezzi e cosa, invece, cambieresti?

“​Sentirsi giovani è una cosa bellissima perché hai voglia di spaccare il mondo e hai più mezzi rispetto a quando sei solo un bambino. Però, essere giovani a Mortara oggi è un po’ un tallone d’Achille. Le attività sono estremamente poche: un paio di bar, qualche ristorante sushi o kebab, ma a livello ludico c’è davvero poco. La discoteca? Devi andare a Garlasco, Novara o Pavia. C’è il posto dove lavoro io, ma lì il rischio è la ludopatia. Cosa farei per cambiare? Bisognerebbe ragionarci con più persone. Se fosse per me, impegnerei tutte le risorse per rifare la squadra di calcio locale e portarla in Serie C, ma capisco che c’è anche chi ama il basket o altri modi di aggregazione”.

​A proposito di persone, tu conosci Massimiliano Farrel? Cosa ne pensi di lui e della sua proposta politica amministrativa?

“​Lo conosco da diversi anni, sia per i rapporti politici sia perché, come me, è un giornalista. Penso sia un’ottima persona a livello umano. Anche se politicamente la pensiamo diversamente, io mi identifico nel centro/centro-sinistra e non apprezzo certe cose del pensiero comunista , credo che questo sia il bello della democrazia. Nonostante i pensieri differenti, ci deve essere armonia. Il mio auspicio è che i giovani di Mortara uniscano le forze, oltre i colori politici. Scontrarsi oggi è autolesionistico”.

​Parli di politica con molta concretezza. Per te è ancora “l’arte di cambiare le cose”?

“​Se uno entra in politica con la certezza di cambiare tutto radicalmente, può anche smettere subito. Serve un processo, servono dei passi. Servono idee concrete, fatte con buon senso e maturate con il confronto, valutando la fattibilità delle cose. Non si può andare con l’ariete a sfondare tutto dicendo “io farò questo”; bisogna essere realisti”.

​Se Max diventasse consigliere o addirittura Sindaco, sarebbe un bene per i giovani?

“​Assolutamente sì. Sarebbe una voce diretta. Spero che ogni forza politica riesca a far eleggere almeno un under 35, così da avere un confronto generazionale in Consiglio. Se Max fosse eletto Sindaco sarebbe straordinario; non un precedente assoluto, perché ci sono stati sindaci giovani trent’anni fa, ma una vera ventata di aria fresca. Anche se non ha esperienza diretta nella pubblica amministrazione, avere al fianco persone esperte e il fatto di saper ascoltare tutti lo aiuterebbe nelle cose pratiche. Serve un cambiamento”.

​Edoardo, guardando al mondo, tra guerre e tensioni, sei ottimista o pessimista?

“​Non ho una visione bellissima del mondo in questo momento, c’è “fuoco e fiamme” un po’ ovunque. Non sono ottimista, anche se teoricamente qui siamo al sicuro. Cerco di avere un senso altruista: mi spiace per quello che succede anche nel villaggio più sperduto del mondo. Credo che con l’attivismo si possa far sentire la propria vicinanza, come è stato fatto per i paesi africani o per i Balcani”

​Per concludere: qual è il tuo sogno nel cassetto, sia sogno personale che sogno per la tua città?

“​Non mi pongo mete fisse o limiti, vado avanti a piccoli step. Come un calciatore che punta prima alla Serie C e poi alla B, io cerco di fare ogni giorno un passo in più per costruire la mia scaletta, senza aspettare che sia il vento a portarmi. Per Mortara, il mio sogno è che torni a essere un posto migliore. Non do colpe a una parte politica specifica: lo scatafascio degli ultimi vent’anni è responsabilità di chiunque sia passato di lì. Spero vivamente che torni la squadra di calcio locale. Oggi, 3 aprile 2026, mancano i colori bianco-azzurri e quello stemma ovale che per me significano tanto. Vorrei solo che Mortara tornasse a splendere, un passo alla volta”.

​Questa intervista a mio parere ci restituisce il ritratto di un ragazzo che non aspetta il futuro, ma prova a scriverlo con la fatica quotidiana e la passione per il racconto. Edoardo Discacciati rappresenta quella generazione che, pur vivendo le difficoltà di una provincia a tratti immobile, non rinuncia a immaginare una Mortara diversa, più viva e capace di fare squadra. Tra le sue parole emerge un forte senso di appartenenza e il desiderio di un confronto che superi gli steccati ideologici per il bene comune.

Ci lasciamo con la promessa di ritrovarci presto, magari sulle tribune di uno stadio finalmente pieno, a tifare per quei colori bianco-azzurri che per lui non sono solo calcio, ma l’anima stessa di una comunità da ricostruire.

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