Home » Intervista a Fulvio Fabbri

6 Maggio 2026

ADRIANO ARLENGHI

Lungo il Viale, una mattina di primavera ho fatto quattro chiacchiere con Fulvio Fabbri, 24 anni, studente di filosofia e musicista, per capire come un giovane vive la nostra città e guarda al domani.

Mi racconti di te?

​”Mi chiamo Fulvio Fabbri. Ho 24 anni e abito a Mortara. Sto ancora studiando: sono iscritto alla triennale di filosofia a Vercelli e sono in procinto di laurearmi. Non ho ancora idea su quali saranno le mie prospettive future lavorative o se deciderò di continuare gli studi. Ora abito a Mortara, ma sono cresciuto in realtà a Faenza, in Emilia Romagna; abito qui da tre anni, tre anni e mezzo.”

​A cosa serve la filosofia oggi?

​”La riflessione filosofica cerca sempre di avere un atteggiamento critico ma anche di sospensione del giudizio. Per poter fare una critica assennata del reale serve innanzitutto sospendere il giudizio, non partire per partito preso. La filosofia aiuta ad aprire la mente, a suggerire diverse visioni della realtà che possono essere anche opposte tra di loro: offre più strumenti per orientarsi nella complessità del reale.”

​La musica: il rap come spazio di libertà?

​”La musica è una forma espressiva. Io mi esprimo attraverso il rap. È un genere ‘democratico’, molto flessibile e accessibile: non richiede una conoscenza approfondita della teoria musicale. È un modo per esprimere le proprie esperienze, i sentimenti e le proprie posizioni. In Italia il rap era molto connotato politicamente, mentre adesso è diventato un po’ annacquato. Sicuramente la musica aiuta a creare uno spazio in cui esprimere quel sentire che nella quotidianità non trova spazio.”

​Gli “Àriza” chi sono?

​”Ho un gruppo, siamo due rapper e un produttore: si scrive Àriza, con l’accento sulla prima A. Viene dal greco antico e significa ‘sradicati’. È una parola di nostra invenzione che simboleggia la nostra difficoltà nell’etichettarci o incasellarci. Ci distacchiamo dalle tematiche classiche del rap come la vita di strada, la misoginia o il machismo, che non ci appartengono. Siamo attivi nella zona di Vercelli, dove ci siamo conosciuti all’università. Il mio nome d’arte è SmeFF. Abbiamo pubblicato un Ep su Spotify che si chiama proprio Àriza .

​Vivere a Mortara: pregi e difetti

​”Di Mortara apprezzo pragmaticamente la comodità: nonostante le piccole dimensioni, si trovano tutti i servizi necessari senza doversi spostare. Io non ho la patente, quindi la linea ferroviaria per me è fondamentale. La cosa difficile è stata creare una rete sociale: trasferendomi qui dopo le scuole, ho faticato a trovare spazi di aggregazione. Ho fatto più amicizie a Vercelli che qui.”

​Essere giovani in provincia è difficile?

​”Credo sia sempre stato difficile essere giovani, perché significa essere in conflitto con sé stessi e con il mondo. A Mortara il conflitto è con la chiusura: ho notato una certa chiusura mentale tipica della provincia, anche se ovviamente non riguarda tutte le persone”.

Conosci Massimiliano Farrel?

​”L’ho conosciuto tramite un’amica comune, Alice, probabilmente una sera al baretto. Mi ha colpito subito per la sua partecipazione e il suo interesse politico. Abbiamo iniziato a parlare di attualità italiana e internazionale: fare conversazioni su temi che non sono i classici ‘temi da bar’ è stato molto stimolante.”

​Uno sguardo al futuro: tra crisi climatica e guerre...

​”Rispetto al futuro sono piuttosto pessimista, ma forse anche rassegnato. Non direi che provo paura; cerco di nascondere questa preoccupazione con una certa apatia”.

Sono importanti per te i luoghi di aggregazione?

​”Sono fondamentali per rinnovarsi, crescere e incontrare persone con cui entrare in sintonia o anche scontrarsi. L’interazione con gli altri è sempre arricchente. Il problema è quando ci si chiude nel proprio appartamento o nel proprio piccolo circuito sociale, dove sai già sempre tutto ciò che ti aspetta.”

L’ultimo libro che hai letto e ti è piaciuto? L’ultimo viaggio?

​”Un libro che mi ha colpito è stato ‘Arcipelago N’ di Vittorio Lingiardi, un saggio sul narcisismo visto non solo in senso clinico, ma come uno spettro di tratti che appartengono alla quotidianità di chiunque. Come viaggio dico l’ultimo che ho fatto. In Mozambico, il paese di origine di mia madre. Io sono nato e cresciuto in Italia e avevo difficoltà a stringere un legame con quella terra per via della distanza. È stato molto bello riscoprire le tradizioni e la cultura in cui è cresciuta mia madre.”

​Un sogno nel cassetto?

​”Vorrei che la musica acquisisse sempre maggior rilevanza nella percezione che gli altri hanno di me: riuscire a suonare sempre di più e condividerla con sempre più persone.”

Se posso tentare una sintesi, direi che Fulvio incarna una gioventù consapevole che sfida la chiusura della provincia attraverso il pensiero critico della filosofia e l’urgenza espressiva del rap. Il suo percorso, sospeso tra radici emiliane e mozambicane, evidenzia la necessità vitale di luoghi di aggregazione nella nostra città, anche per trasformare il pessimismo moderno in partecipazione attiva.

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