Home » Intervista a Rita Riberti

5 Aprile 2026

ADRIANO ARLENGHI

Rita: una vita tra lavoro, impegno e il sogno di un mondo più giusto. ​Questa è la storia di Rita, la storia che propongo oggi, una donna che ha conosciuto la fatica del lavoro in fabbrica fin dall’adolescenza e che ha saputo trasformare le difficoltà personali in una passione civile instancabile. Dalle sveglie all’alba per raggiungere i calzaturifici di Vigevano, fino all’impegno politico a Mortara, il suo racconto è un intreccio di sacrifici, speranze e una visione del bene comune che mette al centro l’ascolto e la dignità del lavoro.

​Rita, raccontami di te. Com’è iniziata la tua strada?

“Mi chiamo Rita e sono stata un’operaia calzaturiera per tutta la vita. Ho iniziato giovanissima, a 14 anni. Allora abitavo a Sant’Angelo e lavoravo a Vigevano. Ricordo le alzate faticose: la corriera passava alle 5:10 del mattino. Faceva un giro lunghissimo fino a Valle Lomellina per raccogliere gli operai del primo turno e ci lasciava a Castello d’Agogna, dove prendevamo un altro mezzo per Vigevano. Tornavo a casa alle otto di sera; non c’era tempo per gli hobby. Ho iniziato così presto perché mio padre si era ammalato. Mi sarebbe piaciuto studiare, ero anche brava, ma per motivi ingiusti non ho potuto continuare”

​Poi è arrivato il trasferimento a Mortara. Com’è andata?

“Sì, siamo venuti a Mortara nel novembre del ’72, avevo 16 anni. Per me è stata quasi una pacchia: avevo il treno alle 6:40, un bel passo avanti! Ma a quell’età è difficile ambientarsi in un posto nuovo. La mia vita era casa e lavoro, finché non ho iniziato a frequentare la sezione del Partito Comunista in Corso Torino. Lì ho trovato i miei compagni e anche mio marito. A 19 anni sono stata eletta consigliere comunale. La politica è diventata la mia passione, prima nel PCI e poi in Rifondazione”

​Il tuo percorso lavorativo però non è stato semplice, vero?

“Nel settore calzaturiero ho vissuto tre fallimenti. Mi sono ritrovata senza lavoro in un momento di crisi profonda del settore. Ma non mi sono arresa. Andavo ogni settimana all’ufficio di collocamento e alla fine, nel 2001, ho iniziato come collaboratrice scolastica alle elementari di Mortara. È stata una vita di fatica, ma oggi ho la soddisfazione di vedere i miei figli realizzati come professionisti”.

​Cosa vorresti per la Mortara di oggi e di domani?

“Vorrei un Comune accogliente, che aiuti le persone a integrarsi attraverso le associazioni e la scuola. Un Comune contro ogni forma di razzismo, che dia voce a chi non ne ha. Oggi vedo troppa aggressività, soprattutto sui social. Penso a Massimiliano, il nostro candidato sindaco: lo conosco dai tempi dell’asilo, è un ragazzo capace di ascoltare. Mi ferisce vedere certi attacchi, definirlo “fallito” a 22 anni è bullismo. La politica per me è ascolto e confronto, non una carriera”.

​Qual è il tuo sogno nel cassetto per i prossimi anni?

“Il mio sogno non è personale, è sociale: un mondo migliore dove fratellanza e uguaglianza siano al primo posto. E soprattutto, lavoro per tutti. Un lavoro dignitoso e pagato il giusto, perché una persona non può essere pienamente libera finché non ha un lavoro. Questo è ciò che desidero davvero: uno spazio per tutti. E aggiungo pace per tutti i popoli della Terra”.

È quasi sera. Ci salutiamo. ​Il ritratto che emerge da Rita, lo penso mentre sale sulla sua bici appoggiata al Cambieri, è quello di una cittadina che non ha mai smesso di lottare, convinta che la vera libertà passi per la solidarietà e la partecipazione attiva. Una testimonianza che ci ricorda come la politica, quella con la p maiuscola, nasca dal bisogno di migliorare non solo la propria vita, ma quella dell’intera comunità.

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