Home » Intervista ad Aldo Burresi

12 Maggio 2026

ADRIANO ARLENGHI

Aldo si racconta in questa intervista non solo come ex sindacalista, ma come testimone di un’epoca di grandi trasformazioni sociali. Dalle radici livornesi alla Milano dell’immigrazione interna, fino all’approdo in Lomellina, il suo percorso è un intreccio indissolubile tra biografia personale e storia collettiva. Un racconto che parte dalle “case del popolo” per arrivare alle sfide della partecipazione democratica nella Mortara di oggi.

Aldo, partiamo dalle tue origini.

Sei nato in un momento storico molto particolare, vero?

“Sono nato a Livorno il 18 luglio 1948, esattamente quattro giorni dopo l’attentato a Palmiro Togliatti. Mio padre in quel periodo era in galera perché aveva occupato il porto industriale di Livorno in quella fase convulsa. Sono nato in una città ‘rossa’: fin da bambino frequentavo le riunioni e a tre anni cascavo letteralmente mentre aiutavo a costruire la Casa del Popolo.”

Poi però la tua vita prende la direzione del Nord. Com’è stato l’impatto con Milano?

“Ci trasferimmo per difficoltà economiche dopo il fallimento della ditta di commercio di mio papà. A Milano incontrai l’immigrazione, una realtà che non conoscevo. Vivevo in un quartiere dove si parlavano tutti i dialetti: siciliano, calabrese, sardo. Lì iniziai a fare i primi lavori in piccole officine, finché non arrivò l’opportunità di entrare in una fabbrica media, che per l’epoca contava circa 500 persone.”

​È in quella fabbrica che inizia la tua storia sindacale?

“Sì, mi notarono subito. Essendo stato segretario della Federazione Giovanile Comunista avevo una certa proprietà di linguaggio. Mi chiesero di uscire per il sindacato; all’inizio ero titubante, ma il sindacato quando ti vuole prendere poi ti risucchia. Cominciai così come funzionario della FIOM. Ero un ragazzo con studi limitati, avevo smesso alla seconda media, ma presi il diploma grazie alle mitiche ‘150 ore’ ottenute con il contratto nazionale di Pierre Carniti e Bruno Trentin. Fu una conquista grandissima che permise a milioni di persone di accedere a lavori statali prima impossibili.”

Qual è stato il tuo percorso professionale tra Milano e Pavia?

“Ho lavorato a Milano in zone come San Siro e Solari, trattando con grandi fabbriche come Ansaldo e General Electric, ma anche con tante piccole realtà dove ho colto esperienze di sfruttamento e desiderio di emancipazione. Poi mi trasferirono nel Pavese. Qui incontrai la piccola fabbrica e imparai a conoscere il territorio e le politiche sociali. Sono stato Segretario della Camera del lavoro di Vigevano e della zona Lomellina e poi della Segreteria Provinciale CGIL di Pavia”.

​Hai anche scritto un libro di recente sulla tua esperienza. Cosa vuoi trasmettere con quelle pagine?

“Il titolo è Come sono diventato sindacalista. Racconto che si diventa tali a partire dai valori, incontrando le organizzazioni del territorio. Non serve per forza una storia familiare come la mia; si può diventare ottimi sindacalisti anche senza esperienze politiche pregresse, se si hanno valori per cui battersi. Nel libro narro episodi particolari di contrattazione dove, anche senza scioperi, si sono ottenuti grandi risultati per la dignità del lavoro.”

​Parliamo di Mortara. Cosa pensi della città e cosa cambieresti?

“Abito a Cergnago ma frequento molto Mortara. La trovo una città un po’ ‘grigia’, mi piacerebbe colorarla e superare certe impostazioni sabaude. Manca partecipazione: i cittadini partecipano poco alle decisioni. E poi ci sono problemi pratici, come i passaggi a livello che bloccano il traffico. Servirebbe almeno un marciapiede per le mamme con la carrozzina. Bisogna riattivare il coinvolgimento sociale.”

​Un tema caldo a Mortara è quello dell’immigrazione e della sicurezza. Qual è la tua visione?

“Bisogna intervenire con serietà, ma non solo con spirito repressivo. L’integrazione ha un costo, ma è un bene economico e sociale. Senza i figli dei migranti molte scuole, come accaduto a Cergnago, chiuderebbero. Quando arrivai a Milano mi chiamavano ‘terrun’ e mi guardavano male perché avevo le mani sporche di catrame non essendoci le docce in fabbrica; non dobbiamo ripetere questi errori con i nuovi cittadini.”

​In questo contesto, come vedi l’impegno di giovani come Massimiliano Farrel?

“Penso tutto il bene possibile. È un giovane laureato che ha deciso di spendersi in politica e nel sociale, dal volontariato alla Croce Rossa. In un mondo che spesso critica i giovani, lui ha deciso di scendere in campo e credo che i mortaresi dovrebbero apprezzarlo.”

​Per chiudere, qual è il tuo sogno nel cassetto, personale e globale?

“Alla mia età mi auguro una vecchiaia serena, magari dedicandomi al mio hobby del restauro di piccoli mobili in legno. Per il mondo sogno la pace. Ho curato profughi palestinesi anni fa e trovo vergognoso il silenzio delle istituzioni su certi genocidi. Il mondo è malato e va guarito; spero in un futuro migliore per i giovani, perché se la gioventù sta bene, allora stanno bene anche gli anziani.”

L’intervista si chiude con una riflessione profonda sulla pace e sul futuro. Tra il sogno di una vecchiaia serena dedicata al restauro dei mobili e la preoccupazione per i conflitti globali, come quello palestinese, Burresi ribadisce che la salute di una società si misura dalle opportunità date ai giovani. Il suo è un appello alla partecipazione attiva, affinché il “mondo malato” di oggi possa essere guarito da una nuova generazione di cittadini consapevoli.

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