28 Giugno 2026
ADRIANO ARLENGHI
Le voci della festa di Rifondazione a Bereguardo si smorzano quando il microfono passa a Fumagalli. C’è un’atmosfera sospesa, nonostante il caldo e in ventilatore che ronza come una zanzara impazzita. È questa una delle tipiche sere estive in cui la politica torna a farsi carne, discussione e proposta concreta. L’orologio segna le sei del pomeriggio, e il punto di partenza è la proposta di legge per la quale anche Mortara abbiamo raccolto firme.
Il capitalismo nostrano ha cambiato pelle, spiega Fumagalli. I grandi capitani d’industria e i maestri della finanza strutturata non guardano più al mercato interno; l’ottanta per cento degli stabilimenti è ormai dislocato all’estero. Chi possiede quelle cifre appartiene a una classe internazionale che si muove tra le coordinate dei paradisi fiscali e i grandi flussi finanziari globali.
Le obiezioni della destra sulla “fuga dei cervelli o dei capitali” non stanno né in cielo né in terra. Il paradosso del nostro Paese è tutto strutturale: non si può andare avanti a colpi di deficit gestendo un debito pubblico gigantesco, mentre i partiti di governo, riscopertisi improvvisamente “di sinistra” a parole, continuano a chiedere margini all’Europa senza mai affrontare il nodo delle entrate. Ogni anno lo Stato distribuisce circa ottanta miliardi di euro di soli interessi sul debito. Tradizionalmente, i governi mettono ordine nei conti tagliando lo stato sociale e la spesa pubblica. Ma per risanare un bilancio bisogna guardare anche alle entrate, non solo alle uscite.
La legge di iniziativa popolare depositata il 7 maggio scorso , una proposta profondamente liberale nel senso più alto del termine, prima ancora che comunista , affronta il problema con un’intelligenza specifica: introduce una tassazione di scopo. I proventi stimati, che oscillano tra i dodici e i ventotto miliardi all’anno a seconda delle stime della platea, non andranno a finire in un calderone generico, magari per finanziare le spese militari, ma saranno blindati all’interno di un fondo separato e finalizzati interamente alla questione sociale.
La proposta si muove sul solco della giustizia distributiva e si articola su tre pilastri fondamentali: L’imposta sui grandi patrimoni: una tassazione progressiva che parte dall’1% per i patrimoni superiori ai due milioni di euro, sale al 2% tra i tre milioni e mezzo e i cinque, fino a raggiungere il 3,5% per le fortune superiori.
L’esenzione della prima casa è una scelta politica netta per non colpire il ceto medio e tutelare la specificità abitativa italiana, escludendo la dimora principale dal calcolo del cespite, anche a costo di generare qualche “mal di pancia” interno per le ville monumentali.
Si parla anche della riforma delle imposte di successione. L’introduzione di una tassazione media tra il 18% e il 20% sui grandi passaggi di proprietà generazionali, una cifra persino inferiore alla media europea (in Gran Bretagna supera il 40%). Questa progressività non è un’invenzione ideologica, ma il pieno recupero dell’Articolo 53 della Costituzione Italiana. Il principio per cui ognuno deve concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva è stato progressivamente eroso a partire dalla riforma Visentini del 1974. Oggi assistiamo al paradosso della flat tax e di un sistema in cui l’85% dell’IRPEF è pagato da lavoratori dipendenti e pensionati.
I dati biennali della Banca d’Italia parlano chiaro: per i patrimoni superiori ai due milioni di euro, il 95% della ricchezza non deriva da flussi di lavoro o d’impresa, ma da rendite. Rendite immobiliari, finanziarie (spesso tassate meno dei comuni depositi bancari) e le più recenti rendite da piattaforme digitali.
Queste ultime estraggono valore dai territori e si rifugiano nei paradisi fiscali europei come l’Irlanda o il Lussemburgo. La tracciabilità totale delle transazioni digitali rende oggi l’elusione fiscale un problema esclusivamente politico, non tecnico. Mentre l’Europa si muove in ordine sparso e la congiuntura economica italiana soffre una contrazione della domanda interna, una tassa sulle grandi fortune non mette in discussione il modello di accumulazione capitalistica, ma innesca una redistribuzione virtuosa. Più del 60% degli italiani, se interrogato chiaramente, si dice favorevole.
La raccolta firme, conclude Fumagalli , mentre si accendono le luci della festa, non è solo un atto formale, ma lo strumento per imporre una road map di civiltà, legando la ricchezza accumulata al finanziamento della sanità pubblica, della scuola, della sicurezza sul lavoro e della transizione ecologica.
Fuori il caldo lascia spazio alla voglia di musica e al buon cibo. I compagni volontari si dannano l’anima per correre ai tavoli e fare tutti felici.
