20 Luglio 2025
Milù Chisari
Carlo Giuliani è morto il 20 luglio 2001, ucciso a sangue freddo da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. Aveva 23 anni, la mia età. Era sceso in piazza per manifestare contro il G8 di Genova, contro un potere che chiude le stanze del mondo a doppia mandata mentre fuori milioni di persone muoiono di fame, di guerra, di sfruttamento. Carlo era uno di noi. Uno che non si voltava dall’altra parte. Uno che non ha accettato di vivere in ginocchio. È stato ammazzato per questo. Oggi, 20 luglio 2025, sono passati 24 anni. E il mondo non è migliorato. L’Italia non è migliorata.
Oggi chi protesta viene ancora manganellato. Nelle piazze si spara lacrimogeni, si colpisce in volto, si lascia sanguinare a terra. I poliziotti restano impuniti, protetti, premiati. Chi alza la voce contro i governi viene marchiato come nemico pubblico, schedato, criminalizzato.
Nel mondo si costruiscono muri, si affondano barche, si finanziano guerre. In Palestina si bombarda ogni giorno, nel Mar Mediterraneo si continua a morire nel silenzio. Le multinazionali guadagnano miliardi, mentre la gente fruga nei cassonetti per mangiare.
Carlo Giuliani non è un simbolo da santificare. Carlo è una ferita aperta. Una carne viva. Una rabbia che brucia ancora. È il volto tumefatto della giustizia negata. È il corpo steso in una pozzanghera di sangue, coperto da un telo sotto il sole di luglio, mentre le forze dell’ordine scherzano tra loro come se nulla fosse successo.
Hanno detto che era un teppista. Un violento. Un figlio di papà annoiato. Hanno giustificato la sua morte. L’hanno seppellita sotto tonnellate di bugie, di sentenze, di silenzi. Ma Carlo non è mai morto davvero. Vive in ogni ragazza che scende in strada a urlare che l’aborto è un diritto. Vive in ogni operaio che si ferma davanti ai cancelli e blocca la produzione. Vive in ogni attivista che occupa una scuola, in ogni collettivo che non piega la testa, in ogni studente che non si lascia addomesticare.
E allora non possiamo ricordarlo con fiori e candele. Lo dobbiamo ricordare con la voce rotta dalla rabbia. Con la consapevolezza che oggi, nel 2025, in Italia, la repressione è ancora la risposta a ogni dissenso.
Oggi c’è chi viene denunciato per un post, chi viene perquisito per uno striscione, chi viene arrestato per aver difeso una casa occupata o un bosco dalla speculazione. I governi parlano di pace e investono in armi. Parlano di libertà e militarizzano le città. Parlano di diritti e chiudono i confini.
Lunga vita a Carlo Giuliani, allora.
Lunga vita a chi non accetta l’ordine imposto. Lunga vita a chi resiste, a chi disobbedisce, a chi ancora sogna e lotta.
Perché ricordare Carlo non è un gesto di nostalgia. È un atto di guerra contro l’oblio.
E ogni volta che ci rialziamo, ogni volta che urliamo “basta”, ogni volta che diciamo no,
Carlo è lì con noi.
20 luglio 2025
Lunga vita a Carlo Giuliani.
Lunga vita alla resistenza.