Home » Non c’è niente da festeggiare.

27 Aprile 2025

Milù Chisari

il 25 aprile è diventato una scenografia. un palco vuoto.

parole usurate da chi non ne conosce più il peso.

si celebrano i partigiani ma si votano i nipoti dei carnefici.

si dice “mai più fascismo” e poi si blindano le città, si militarizzano le scuole, si punisce chi ha fame e si reprime chi protesta.

non c’è niente da celebrare se la memoria è diventata decorazione.

se chi parla di libertà oggi si gira dall’altra parte mentre la libertà muore.

viviamo in un paese in cui i corpi vengono schedati, sorvegliati, repressi.

un paese in cui essere poveri è una colpa.

in cui se sei migrante ti lasciano morire in mare o ti rinchiudono in centri lager.

in cui se sei donna, trans, omosessuale, vieni giudicata, invisibilizzata, messa a tacere.

in cui gli studenti vengono pestati a sangue sotto il silenzio di chi dovrebbe proteggerli.

in cui la scuola viene trasformata in un luogo di obbedienza e paura.

in cui un decreto sicurezza può decidere che la vita di qualcuno vale meno dell’ordine pubblico.

non si tratta solo di un governo di destra.

si tratta di un governo che odia.

che ha fatto della vendetta sociale la sua legge.

che non tollera chi pensa, chi critica, chi si organizza.

un governo che sa di non avere argomenti, e allora alza la voce, picchia, censura.

un governo che affama e divide, che alimenta la guerra tra poveri, che offre una finta pace fatta di silenzio e obbedienza.

che preferisce i morti in mare ai vivi in rivolta.

che dice che la patria è sacra, ma lascia marcire i suoi figli nei campi sfruttati, nei turni infiniti, nelle case che crollano.

non c’è nulla di civile nella repressione.

non c’è nulla di democratico nella paura.

non c’è nulla di giusto nell’autorità che si impone con la forza.

questo paese ha ucciso i suoi partigiani una seconda volta.

li ha svuotati, ripuliti, resi adatti alle celebrazioni di stato.

li ha tolti dal fango, dal sangue, dalla fame, dal carcere, e li ha messi sulle targhe commemorative.

ma la Resistenza non era una poesia.

era un atto di violenza contro un potere violento.

era fuoco, era scelta.

e oggi, quella scelta ci viene negata.

non ci vogliono ribelli, ci vogliono consumatori.

non ci vogliono vivi, ci vogliono funzionali.

ci stanno togliendo la possibilità di scegliere come vivere.

ci stanno insegnando che il dolore è normale, che lo sfruttamento è inevitabile, che la povertà è un fallimento individuale.

ci stanno insegnando a odiare chi sta peggio di noi, a guardare dall’altra parte, a pensare solo alla sopravvivenza.

ma non è così che si vive.

non è così che si onora chi ha scelto la lotta.

non è così che si costruisce un futuro.

per questo oggi non basta ricordare.

oggi bisogna esserci.

bisogna scendere in piazza, ogni volta che ci tolgono fiato, ogni volta che cancellano diritti, ogni volta che colpiscono un corpo che chiede giustizia.

bisogna manifestare, organizzarsi, urlare.

essere scomodi, inopportuni, radicali.

perché il fascismo non torna solo con le camicie nere, torna con il controllo, con l’indifferenza, con la normalizzazione della violenza.

e noi non possiamo più permettercelo.

questo tempo storico non ci lascia scelta.

non possiamo più attendere, sperare, delegare.

dobbiamo agire. dobbiamo resistere. dobbiamo combattere.

il 25 aprile non è una ricorrenza.

è una ferita.

una ferita ancora aperta.

una ferita che brucia ogni volta che un fascista sfila in giacca e cravatta in parlamento.

ogni volta che si picchia uno studente in nome dell’“ordine”.

ogni volta che una madre piange suo figlio morto in mare.

ogni volta che si chiude una bocca, si censura una voce, si minaccia chi chiede dignità.

non si resiste a voce bassa.

non si resiste stando zitti.

si resiste vivendo contro.

amando contro.

lottando contro.

alzandosi, oggi, domani, sempre.

e allora chi ha ancora memoria, rabbia, e sangue vero nelle vene,

non ha il diritto di stare a guardare.

ha il dovere di lottare.

ora.

Potrebbe piacerti anche