9 Maggio 2025
MILU’ CHISARI
Una data che non possiamo attraversare in silenzio. Una data che ci brucia sulla pelle. Il 9 maggio 1978, mentre l’Italia si stracciava le vesti per il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, la mafia metteva a tacere con il tritolo un ragazzo di 30 anni che aveva osato sfidarla apertamente. Si chiamava Peppino Impastato. E la sua voce è ancora qui, che urla più forte delle bombe.
Peppino era nato nella mafia, ma non ne ha mai fatto parte. L’ha rinnegata, l’ha disprezzata, l’ha denunciata. A Cinisi, dove il silenzio era legge, lui ha scelto di parlare. Di deridere, di smascherare, di combattere. Ha fondato Radio Aut, una radio libera, un’arma fatta di parole taglienti, contro il boss Badalamenti e il sistema che lo proteggeva. Lo chiamava “Tano Seduto” e lo metteva alla berlina davanti a tutta la comunità. Ogni sera, con ironia feroce, con rabbia lucida.
Ma Peppino non era solo antimafia. Peppino era rivoluzionario. Anarchico, libertario, militante, attivista. Era con gli ultimi, contro ogni potere oppressivo. Lottava per una società nuova, senza padroni né mafiosi, dove la cultura potesse essere riscatto e non privilegio. Era figlio di un mafioso, ma aveva scelto di tradire la sua origine per fedeltà alla giustizia, a una giustizia vera, radicale, popolare.
Il 9 maggio lo fecero saltare sui binari della ferrovia. Il suo corpo smembrato, la verità nascosta, l’infamia costruita. Lo spacciarono per un terrorista suicida. Anni di silenzio, di fango, di vergogna. Solo grazie alla forza di sua madre Felicia e del fratello Giovanni, e alla voce dei movimenti, la verità è venuta fuori. Ma quanto è costata? Quanta omertà ancora ci circonda?
Oggi, non vogliamo ricordare Peppino come un martire addomesticato.
Vogliamo urlare la sua rabbia, la sua lucidità, la sua libertà.
Vogliamo ricordarlo vivo, con la voce che rideva mentre diceva:
“la mafia è una montagna di merda.”
E noi quella montagna la scaviamo ogni giorno.
Con la lotta, con la cultura, con la disobbedienza.
Non ci basta la legalità: vogliamo giustizia.
Non ci basta il ricordo: vogliamo rivoluzione.
Peppino non è stato solo ucciso dalla mafia. È stato ucciso da uno Stato complice, da un sistema che fa finta di non vedere, da un Paese che ancora oggi lascia marcire le periferie, che tratta i giovani come carne da lavoro, che trasforma la ribellione in devianza.
Ma lui ci ha lasciato un seme.
Che continua a crescere in ogni ragazza e ragazzo che prende parola, che si organizza, che sogna un mondo senza padroni, senza boss, senza sfruttati.
Peppino, compagno libero, presente. Oggi e sempre.
