27 Gennaio 2026
ADRIANO ARLENGHI
Questa mattina davanti alla fontana, proprio di fronte alla stazione, hai trovato Brigitte e Max – presidente e vicepresidente dell’ANPI Mortara – chini a pulire una pietra d’inciampo dedicata a Cesare Capettini. Per chi non lo sapesse, e per capire il senso profondo di questo gesto, è importante spiegare prima cos’è una pietra d’inciampo e perché ha un significato così forte nella nostra memoria collettiva.
Le pietre d’inciampo, in tedesco Stolpersteine sono piccole targhe d’ottone della dimensione di un sampietrino incastonate nel marciapiede davanti all’ultima abitazione scelta liberamente da una persona prima di essere vittima delle persecuzioni nazi-fasciste. Su ciascuna pietra è inciso il nome della vittima, la data di nascita, l’eventuale luogo e data di deportazione e la data di morte, se nota.
Questo progetto è nato nel 1992 dall’artista tedesco Gunter Demnig con l’intento di creare un “museo diffuso” della memoria, che si insinua nel tessuto delle città e invita chiunque passi a fermare lo sguardo, chinarsi, leggere e ricordare. Il nome – “inciampo” – non indica un ostacolo fisico, ma un inciampo mentale ed emotivo, pensato per provocare una riflessione spontanea su una vita spezzata dalla persecuzione.
Queste pietre sono sparse in tutta Europa, in più di 1.800 città e in decine di paesi, costituendo il più grande monumento memoriale contro l’oblio delle vittime del nazismo. A Mortara, la pietra d’inciampo davanti alla stazione è stata posta il 28 gennaio 2020, nella ricorrenza del Giorno della Memoria, per ricordare Cesare Capettini che era un antifascista e partigiano di Mortara. Dopo l’8 settembre 1943 fu arrestato per la sua attività di opposizione al regime fascista e alla occupazione nazista. Deportato in un campo di concentramento nazista, fu internato a Mauthausen, uno dei lager più duri e disumani del sistema concentrazionario tedesco. Morì a Mauthausen, vittima della deportazione e delle condizioni di annientamento riservate ai prigionieri politici. La sua è una delle tante vite spezzate per aver scelto la libertà e l’opposizione alla dittatura.
Oggi faceva freddo a Mortara, ma ho chiesto comunque a Massimiliano di raccontare mentre puliva la pietra con tanta dedizione, perché la Storia, quella con la esse maiuscola purtroppo sembra non averci insegnato nulla.
” Non ci ha insegnato niente dopo lo sterminio di sei milioni di ebrei, e insieme a loro di prigionieri politici, oppositori, rom, omosessuali, disabili, appartenenti a minoranze etniche e religiose. Una tragedia immane che avrebbe dovuto rappresentare un punto di non ritorno per l’umanità.
E invece oggi vediamo scenari che, pur con modalità diverse, ripropongono la stessa logica disumana. Lo vediamo a livello globale, in contesti differenti ma uniti da un filo comune: la costruzione del nemico, la disumanizzazione dell’altro, la sospensione del diritto e della pietà. Negli Stati Uniti assistiamo a pratiche sempre più violente contro migranti e stranieri, con una forza di polizia come l’ICE che respinge, perseguita, separa famiglie, provoca morti e uccisioni di innocenti nel silenzio o nell’indifferenza generale.
Lo vediamo in Palestina, e in altri contesti internazionali, dove popolazioni intere vengono colpite, private di diritti fondamentali, esposte a una violenza sistematica. Ed è ancora più doloroso constatare come tutto questo avvenga anche da parte di chi, nella propria storia familiare e collettiva, ha conosciuto sulla propria pelle la persecuzione, la deportazione, lo sterminio. Chi ha avuto genitori e nonni uccisi nell’Olocausto avrebbe dovuto, ci si augurava, imparare una lezione radicale: che nulla giustifica la negazione dell’umanità dell’altro.
E invece oggi assistiamo persino alla spettacolarizzazione di un genocidio in corso, a una narrazione che tenta di negare o minimizzare ciò che sta accadendo, mentre sotto gli occhi del mondo si consumano uccisioni indiscriminate. È vero, senza forzare paragoni storici impropri: non c’è la stessa pianificazione scientifica e industriale dello sterminio nazista. Ma i metodi cambiano, non la sostanza. Sono due modalità diverse, entrambe crudeli e disumane, di produrre stermini di massa”.
Per questo gesti apparentemente piccoli, mi sono detto io a questo punto, come chinarsi a pulire una pietra d’inciampo, assumono un valore enorme. Perché ricordare non è un esercizio rituale: è un atto politico, morale, civile. Serve a dirci che la memoria non è al passato, ma al presente. E che ogni volta che distogliamo lo sguardo, ogni volta che accettiamo l’ingiustizia come “necessaria”, stiamo permettendo alla storia di ripetersi, ancora una volta.
Chi lo desidera ora, può andare davanti alla fontana della stazione di Mortara e vedere la pietra brillare di una nuova luce.
