17 Maggio 2026
ADRIANO ARLENGHI
Rosalba Barletta è un fiume di entusiasmo: 60 anni, un passato da agente di commercio e un presente radicato nel tessuto economico di Mortara, dove da 18 anni lavora come assistente immobiliare. In questa intervista ci racconta la sua “fuga” d’amore verso il Nord, la sfida di crescere un figlio libero e la sua visione politica per una città che definisce “assopita”.
Rosalba, partiamo dalle origini. Come si conciliano Salerno e Mortara nella tua identità?
”Sono nata a Salerno 60 anni fa e ci ho vissuto fino ai 40. Come dico sempre, le mie radici sono lì, ma sono legata a Mortara perché qui ci lavoro e faccio parte del tessuto economico cittadino. Per 18 anni ho lavorato nella stessa agenzia immobiliare. Prima mi occupavo di accessori per informatica come agente di commercio, poi sono passata al mondo vivace della pubblicità, vendendo spazi per il Mattino di Napoli e occupandomi di pubblicità giudiziaria tra ASL e tribunali. Giravo molto, ero sempre in movimento.”
Poi però è arrivata la svolta nella tua vita privata. Una fuga verso il Nord?
”È stata quasi una fuga. Dopo una forte delusione d’amore, partii per la Tunisia gridando ‘basta uomini!’. Invece lì ho conosciuto il mio compagno di vita. Io ero una ribelle, non volevo né figli né marito, ma dopo tre mesi aspettavamo già un bambino. Ci siamo trasferiti inizialmente dai parenti a Milano, ma era troppo costosa. Cercando sulla cartina, abbiamo optato per Mortara: era più a misura d’uomo e vicina a Cilavegna, dove lui aveva vissuto. All’inizio, ironicamente, la disprezzavo perché mi sembrava troppo piccola rispetto a Salerno, ma col tempo ho imparato ad apprezzarla.”
Cosa ti ha regalato questa “piccola provincia”?
”Mi ha dato la possibilità di crescere un figlio, avuto a 40 anni, senza doverlo affidare ad altri. Lo portavo all’asilo Marzotto, poi tornavo in agenzia, poi a casa. L’ho cresciuto libero: l’ho fatto cadere, sporcare, arrampicarsi sugli alberi. La libertà per me è la cosa più importante. Non credo nelle costrizioni, ma nel rapporto costruttivo, anche se faticoso. Oggi vedo tanta mancanza di educazione: mi verrebbe voglia di dire qualcosa a chi butta i resti di una mela a terra, ma si sente di gente aggredita per nulla e ci si frena.”
Oggi sei schierata politicamente a sostegno di ‘Max’. Cosa ti spinge a credere in lui?
”Vedo in Max un entusiasmo che mi ricorda la mia gioventù, le mie guerre politiche al liceo a Salerno. Lui è un ‘giovane uomo’ concreto, non si mette in mostra per visibilità, è un politico nato. Mi ha letteralmente invaghita la sua concretezza. Credo che per Mortara possa essere una ventata nuova, capace di smuovere le coscienze di una città che si è un po’ assopita.”
Quali sono i punti critici di Mortara che ti preoccupano di più?
”Vedo una degenerazione morale che mi sconvolge. Quando per trent’anni governano sempre le stesse persone, non c’è ricambio generazionale né politico. Si va avanti per amicizie, si inseriscono i giovani solo per portare voti. E poi c’è il degrado: una volta portavo mio figlio al parco di Viale Dante e non dovevo guardarmi intorno. Oggi, uscendo dall’ufficio in pieno centro la sera, mi preoccupo. Vedere gente che urina per strada in centro è indecoroso e pericoloso, perché la nostra coscienza rischia di abituarsi al peggio.”
Sei stata una ragazza ribelle a Salerno. Cosa ricordi di quegli anni?
”Vengo dalla Salerno del terremoto dell’80. Il mio liceo non aveva più una sede e i fondi per la ricostruzione sparivano puntualmente. Ero sempre in prima linea: ‘non siamo studenti di serie C’, dicevo. Ero schietta con la mia famiglia, non ‘bigiavo’ mai di nascosto. Una volta sola lo feci a fine anno e mi sentii quasi in colpa, come se avessi tradito l’ideale di libertà che mi ero posta. La libertà non è libertinismo: finisce dove inizia quella degli altri.”
Mortara viene spesso definita provinciale e chiusa. Concordi?
”Purtroppo è vero. Mi spaventa questa chiusura mentale. Vedo genitori imporre ai figli chi invitare alle feste, limitandoli a chi già conoscono. Questo annichilisce l’intelligenza. Si costruisce forza frequentando chiunque e restando se stessi, non chiudendosi nel proprio piccolo giro.”
Nonostante le guerre e il momento buio, riesci a guardare al futuro con ottimismo?
”Sì, sono un’ottimista. Mi piace pensare che le cose si possano aggiustare. Quando è scoppiata la guerra in Ucraina piangevo pensando a quei figli, al fatto che non scegliamo dove nascere e subiamo guerre non volute. Ma voglio sperare che non siamo così folli da andare incontro alla distruzione totale. Lo spero per i giovani.”
Un sogno per i prossimi anni?
”Il mio sogno è che le cose nella mia città cambino, che ci sia un vero ricambio generazionale fatto di persone che pensano con coscienza e non per interesse personale. E poi c’è il mio legame con i libri: sono molto legata agli studi sociologici e a Raffaele Morelli. Il suo ‘Ciascuno è perfetto’ mi ha dato tanto. Ecco, sogno un mondo dove ognuno possa fiorire nella propria unicità.”