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Tolstoj, il classico è sempre vivo e attuale

by Rino Arrigoni

21 Agosto 2024

Nella foto: Tolstoj, ritratto da Ivan Nikolaevič Kramskoj nel 1873 https://it.wikipedia.org/wiki/Lev_Tolstoj

Nota introduttiva a Lev N. Tolstoj Giorgio Riolo

Questa è una nota introduttiva complessiva a Tolstoj. Tiene conto delle letture di opere del grande scrittore russo svolte nel corso degli anni nei cicli di incontri “La letteratura come vita e come riflessione sulla vita. Il classico che è in noi”.

Il grande realismo ottocentesco, in generale, e il piglio epico e profetico del grande scrittore russo, in particolare, quali modelli letterari tuttora in grado di coinvolgere profondamente testa e cuore del lettore contemporaneo.

Nel ciclo 2009-2010 degli incontri di letteratura abbiamo letto alcuni racconti esemplari del grande scrittore russo (La morte di Ivan Ilič, Padre Sergio, Il divino e l’umano) e l’immenso romanzo Guerra e pace. Nel ciclo 2014-2015 abbiamo letto i racconti I cosacchi, Tre morti, La cedola falsa, Dopo il ballo, Padrone e lavorante. Nel ciclo 2018-2019 abbiamo letto Anna Karenina, infine nel ciclo 2020-2021 Resurrezione.

Rimando, sul sito www.giorgioriolo.it, all’ascolto delle registrazioni dei quattro incontri nel primo ciclo, alla registrazione del singolo incontro nel secondo ciclo e alle registrazioni dei due incontri dedicati ad Anna Karenina  e dei due incontri dedicati a Resurrezione.

Nel sito stesso si possono leggere o scaricare in formato Pdf le schede introduttive alle singole opere che via via vengono lette e commentate.

I.

Tolstoj (1828-1910) nasce aristocratico, è il conte Tolstoj. E come tale attraversa praticamente l’intera parabola della Russia zarista fino alle porte della rivoluzione d’Ottobre.

Dalla vittoria su Napoleone e alla successiva rivolta decabrista (dicembre 1825) per una monarchia costituzionale, all’emergere dagli anni Quaranta di una generazione di pensatori, intellettuali, scrittori, critici letterari di grande valore morale e intellettuale. È l’intellettualità, in russo propriamente “intellighenzia”, una sorta di compensazione culturale e morale di una quasi impossibile rivoluzione moderna-borghese- capitalistica entro il quadro di una feroce autocrazia assolutistica e di uno speculare immobilismo della intera società russa. Società definita “semi-asiatica”, a causa della immensa inerzia del vasto mare russo costituito dalle campagne e dai contadini e da una inetta, immobile, parassitaria nobiltà di proprietari terrieri.

Allora il ruolo grande che la letteratura, in senso vasto, ampio, si incaricò di svolgere in quel contesto. La “letteratura” delle opere dei vari critici, filosofi, pensatori Belinskij, Cerniševskij, Pisarev, Dobroliubov ecc. Per non parlare del nume tutelare Herzen, costretto all’esilio europeo. La letteratura in senso stretto, da Puškin e Gogol, fino a Tolstoj, Dostoevskij, Turgenev, Gončarov, Lermontov, Cechov ecc., per citare i maggiori.

In Russia il ruolo sociale e politico dello scrittore fu riconosciuto, reale, agì nelle coscienze e nella realtà. Tolstoj ne fu consapevole e nell’ultima parte della sua vita, oltre a scrivere opere narrative, sempre di grande valore, scrisse, intervenne, assolse al compito di guida, di pensatore, di polemista, di pedagogo, di profeta.

Il conte Tolstoj legge precocemente Rousseau e vive a contatto con i suoi contadini (le sue “anime”) e con la natura e gli alberi di Jasnaja Poljana. Nel mentre deve frequentare la vita degli ambienti aristocratici, spesso rarefatta, “inautentica”, regolata dalle formali convenzioni sociali, dall’esteriorità, agisce in lui l’impulso interiore, fino alla consapevolezza aperta, che la vita vera, la vita autentica risieda nella semplicità, nell’essenzialità della vita contadina, nella natura stessa. È quello che gli si è palesato nel Caucaso (1851-1852), è quello che descrive prima nel racconto I cosacchi. E poi, come modello imperituro, in Guerra e pace, nel quale il conte Pierre Bezuchov “vede” il semplice, autentico, “rotondo”, intero Platon Karataev, il mužik-soldato che fungerà da catalizzatore per la trasformazione- evoluzione definitiva di Pierre (e di Tolstoj stesso).

Il conte Tolstoj vuole farsi egli stesso mužik, il contadino povero russo, si veste da contadino, partecipa alla fienagione, vuole lavorare manualmente. È una terribile contraddizione, ma quale feconda contraddizione! Così Kostantin Levin in Anna Karenina.

Questa linea evolutiva lo porterà alla cosiddetta “conversione religiosa” a quella definitiva visione di un cristianesimo evangelico plebeo, da Sermone della Montagna o Discorso delle Beatitudini del Vangelo stesso. Rousseau e il Vangelo. Ovvero una religione della vita, una spiritualità profonda che lo porterà alla critica radicale della modernità, del capitalismo, delle fabbriche, delle città in nome della vita autentica e vera delle campagne, con il soggetto-contadino quale agente storico della possibile rigenerazione della civiltà, occidentale in primo luogo.

La prospettiva iniziale è quella della vita contadina patriarcale, tipicamente russa. La classe dei proprietari terrieri viventi in armonia con la sterminata classe dei contadini, anche se il problema rimane la servitù della gleba.

Questa utopia, roussoviana e contadina, aveva agito in Russia. Così come il grande movimento sociale e politico del populismo russo (i narodniki) nella seconda metà dell’Ottocento aveva cercato di farne la leva della trasformazione rivoluzionaria. Tolstoj non comprese pertanto la leva operaia, socialdemocratica e marxista, poi bolscevica, di tale trasformazione. Anche a misura del solido, riflettuto pacifismo che lo ispirava. E anche dall’assunto che la rivoluzione industriale e il capitalismo, da cui classe operaia e suoi movimenti scaturivano, era all’origine del male, dell’inquinamento, della distruzione della natura, dell’inautentico della civiltà

moderna.

La felicità creativa, la forza narrativa, il piacere immenso del racconto, la letteratura come realtà, ma di una realtà depurata dall’accidentalità e della ingannevole e “facile” superficie, la letteratura che aspira a rispecchiare la vita nella sua totalità espressiva, di fatti, di pensieri, di sentimenti, di emozioni, insomma il grande respiro epico del realismo, rimarranno costanti, vivi, in tutte le fasi della vita di Tolstoj. Anche quando, dopo la cosiddetta conversione, giungerà perfino a rinnegare l’arte come aspetto superfluo, inautentico, nella vita e nella storia. Continuerà tuttavia a scrivere importantissimi racconti e romanzi brevi, oltre a Resurrezione, il romanzo concepito come “romanzo a tesi”, come “dimostrazione” della deboscia dei proprietari terrieri e della loro possibile salvezza solo come conversione al Vangelo (Nechljudov), e delle sofferenze dei subalterni (Katjuša Maslova, ma anche i detenuti politici rivoluzionari deportati in Siberia) e che nondimeno conserverà l’ampio e complesso respiro narrativo dei grandi romanzi suoi anteriori, Guerra e pace e Anna Karenina.

II.

Alcuni racconti.

Tre morti è il racconto del raffronto contrastivo di come muoiono tre esseri. Come muore una signora altolocata, la quale protesta e respinge la morte come un disturbo, un affronto alla propria condizione. E come muoiono invece un essere umano “vicino alla natura”, il vecchio postiglione-mužik, che ha esaurito il suo compito vitale, sereno e rappacificato, poiché la vita non è disgiunta dalla morte e poiché la morte non è disgiunta dalla vita, e un maestoso albero, abbattuto per dare agli esseri umani alimento e oggetti utili e non superflui.

I cosacchi è il racconto lungo nel quale, nella fase iniziale della sua attività di scrittore, Tolstoj ha voluto riversare la sua esperienza del servizio militare sul Caucaso. Così come farà con lo splendido racconto lungo della fase finale della sua vita Hadzhi Murat. Olenin-Tolstoj “vede” la vita dei cosacchi, “vede” la vita comunitaria di chi vive con la natura e nella natura, vede il vecchio Eroška e il giovane Lukaška. Olenin si innamora della bella Mar’janka, promessa sposa a Lukaška, e vorrebbe sposarla dopo che Lukaška è stato ucciso, ma i due mondi sono troppo distanti e Mar’janka si rifiuta. A Olenin non rimane che andarsene e ritornare nel proprio mondo, salutato dal solo vecchio Eroška.

Dopo il ballo scaturisce sicuramente dall’aver assistito Tolstoj a una di quelle manifestazioni barbariche, orribili, dello zarismo, a una di quelle modalità della disciplina militare imposta dalle gerarchie nell’esercito zarista. Si tratta della punizione all’alba, la cui descrizione è un capolavoro letterario nel capolavoro letterario, di un soldato tartaro, reo di aver tentato la diserzione, una punizione a opera dei suoi stessi compagni d’arme. Questo orribile spettacolo è uno scenario completamente opposto allo scenario e allo spettacolo del ballo della sera prima, della piacevolezza dei modi delle persone altolocate, del padre ufficiale, dei profumi, delle vesti, del trasporto amoroso del protagonista-narratore. Il conflitto tra i due scenari si

risolve nel conflitto interiore di Ivan Vasilevič, nel bisogno e nella necessità di una svolta nella propria vita.

Padrone e lavorante (erroneamente spesso reso come “servitore”) è un tardo racconto di Tolstoj. Vasilij Andreič Brechunòv è ricco e avaro proprietario terriero, preoccupato solo di accumulare. Nikita è un mužik. “Nikita, un suo lavorante cinquantenne ovunque stimato per la sua gran voglia di lavorare, per l’abilità e la forza che metteva in tutto quello che faceva e soprattutto per il suo carattere buono e gentile… Vasilij Andreič pagava a Nikita non gli ottanta rubli che gli sarebbero toccati per il suo lavoro, ma quaranta rubli, e glieli dava per di più non tutti insieme a scadenza fissa, ma un poco per volta, di quando in quando, e nemmeno in contanti, ma sotto forma perlopiù di merci della sua bottega, alzandone inoltre i prezzi”. Brechunòv porta con sé Nikita in un viaggio rischioso, a causa del pericolo della tormenta di neve. L’impulso è il concludere un affare vantaggioso. Nella tormenta che si scatena lo stesso proprietario riscatta se stesso, nel gelo della notte e nella sicura morte di entrambi sepolti dalla neve, avvolgendo il corpo del lavorante con il proprio. Il donare la propria vita per salvare quella degli altri, del suo bracciante, è il subitaneo manifestarsi del divino, del bene, nel male del normale corso delle cose umane.

La cedola falsa o Denaro falso è il racconto nel quale la concatenazione di effetti di una falsificazione di una cifra in un titolo di scambio da parte di due studenti ginnasiali è l’occasione per Tolstoj per mostrare l’effetto corruttivo dell’essenza umana e l’azione distruttiva del legame sociale e comunitario ad opera del denaro. Sempre avendo come retroterra l’assunto roussoviano e natural-contadino che la cosiddetta civiltà, il progresso ecc. lungi dal costituire un vero progresso umano si risolvono in realtà nella decadenza, nella corruzione e nella distruzione di quelle qualità umane e sociali che sole possono rendere la vita degli esseri umani felice, appagante.

Un posto particolare occupano i grandi racconti, o romanzi brevi, nei quali il messaggio tipicamente tolstoiano della ricerca della “vita autentica” di contro alla “vita inautentica”, della ricerca di una “vita fornita di senso” che si concluda con una “morte fornita di senso”, si precisa in forme letterarie potenti, quasi perfette. Con contenuti di pensiero, di visione del mondo, di precise prese di posizione rispetto al corso storico, sociale, politico ecc. comunque rilevanti, comunque inducenti pensiero, riflessione, arricchimento intellettuale e morale.

La morte di Ivan Ilič. Un capolavoro, un punto fermo nel lavoro letterario di Tolstoj. Il magistrato Ivan Ilič Golovin ha condotto la sua esistenza conformandosi all’ambiente della corrotta burocrazia zarista. Il condizionamento sociale, le convenzioni sociali del suo ambiente borghese, sono inesorabili. “Come il faut”, è l’imperativo. “Come deve essere”, a misura della rispettabilità borghese, dell’ipocrisia, del modo di concepire i rapporti sociali, del modo di trattare chi sta sopra nella scala sociale e nella scala burocratica e soprattutto nel trattare chi sta sotto. Nelle maniere, nel comportamento da tenersi in società e con la famiglia stessa, nell’arredamento della casa ecc.

È magistrale il passaggio tipicamente tolstojano della visita medica a cui si sottopone

Golovin dopo il manifestarsi dei primi segnali della sua malattia. La condizione di malato, oggettivamente alla mercé della sentenza del medico, e alla ricerca di un poco di compassione, di umanità, da parte dello specialista, gli mostra impietosamente la gerarchia implicita medico-paziente. È la stessa gerarchia giudice-imputato ch’egli sistematicamente praticava dall’alto della sua posizione. Questa è l’aridità umana di questi contesti sociali e di questi rapporti gerarchici.

La presa di coscienza del burocrate è una sequela di ripensamenti sulla propria vita trascorsa. La vita inautentica condotta è un atto d’accusa su se stesso. Al pari della funzione dei tanti atti di accusa fatti nella sua carriera di magistrato.

Nella condizione di malato ormai condannato per un cancro incurabile solo il servitore Gherasimov lo cura con attenzione. Il giovane, fresco, spontaneo, autentico, ex mužik, contadino povero, lo sorprende. “Perché lo fai?” è la domanda di Ivan Ilič. Il giovane servitore è mosso dal mandato organicistico della sua classe d’origine. Così è prescritto dalla visione comunitaria, organicistica appunto. Egli si sente come un elemento, un membro, una cellula rispetto al corpo più vasto della comunità in cui ci si trova a vivere. Oggi sei tu la persona bisognosa, domani sarò io e mi attendo la stessa pietà e la stessa compassione per la mia possibile condizione di malato che ha bisogno di attenzione e di cure.

Nella fase finale del decorso della sua malattia Golovin giunge alla consapevolezza netta di che cos’è la vita, di cosa è autentico e di cosa è inautentico, di come avrebbe dovuto condurre la sua vita. È una luce in fondo al tunnel in cui è costretto. Ma ormai è troppo tardi.

Il divino e l’umano. Questo racconto lungo è la ripresa, in tarda età, della tematica di Tre morti. Ma è anche l’occasione per Tolstoj di affrontare alcuni temi fondamentali che gli stanno a cuore. Ancora il senso della vita e quindi anche della morte, il cristianesimo come religiosità vissuta e non formale, ostentata, con apparati, chiese gerarchiche ecc., il cristianesimo fondato solo sul Vangelo, il problema del rapporto con il potere, nella fattispecie lo zarismo, e quindi il problema della rivoluzione, del cambiamento, del contesto dei rivoluzionari del suo tempo, i narodniki, gli esponenti del populismo russo, e i giovani aderenti al recente socialismo russo, di ispirazione marxista, la non-violenza ecc.

Lo studente universitario Svetlogub viene condannato a morte, accusato di far parte di un gruppo terrorista. Svetlogub è un giovane generoso, come molta gioventù nella Russia del tempo, e organizza una scuola per adulti analfabeti. La tradizionale diffidenza contadina lo scoraggia. La conoscenza di Meženetskij, uno dei capi del movimento populista che si prefigge di combattere lo zarismo e di sovvertire l’ordine con metodi violenti, lo conduce a entrare in questa organizzazione. Un membro della sua organizzazione gli affida del materiale da tenere nella sua casa. A sua insaputa, si tratta di esplosivo. Una perquisizione della polizia scopre questo fatto ed è arrestato. In carcere il giovane non tradisce e non rivela niente. La sua unica preoccupazione è il dolore arrecato alle persone che lo amano, la madre e la fidanzata Nataša. Svetlogub legge per caso il Vangelo e resta impressionato dal Discorso della Montagna o delle Beatitudini. Egli scopre così che è l’amore ciò che lo ha animato

nella sollecitudine per il bene degli altri, ed è l’amore ciò che può cambiare le cose. Un vecchio contadino scismatico della setta dei raskolniki (scismatici perché “vecchi credenti”), anch’egli in prigione e in attesa della deportazione in Siberia, è colpito dal volto sereno con cui Svetlogub affronta la forca dell’impiccagione.

Meženetskij, il rivoluzionario capo del gruppo a cui aveva aderito Svetlogub, viene anch’egli arrestato ed è condannato. Trascorre la prigione in isolamento nella terribile fortezza di Pietro e Paolo a San Pietroburgo. È una prova a cui pochi ne uscivano vivi. Tuttavia, è tale la saldezza intellettuale e morale del capo populista che egli ne esce rafforzato. Nel carcere di Krasnojarsk, in attesa della deportazione in Siberia, invece subisce una prova terribile. Egli, che ha sacrificato l’intera vita alla causa rivoluzionaria, egli che ha avuto la forza di mantenersi vivo e attivo in condizioni terribili di isolamento in prigionia, con la disciplina interiore, con il sottoporsi a un programma rigoroso di movimento assiduo in cella, con quotidiani esercizi mnemonici, con la sua amata matematica ecc. ora viene deriso e umiliato da una nuova leva di giovani rivoluzionari. Si tratta di esponenti giovani dei primi socialisti marxisti in Russia.

Di contro al populismo russo che considerava la classe contadina il soggetto rivoluzionario, la trasformazione a partire dalle campagne, questa corrente invece auspicava lo sviluppo capitalistico in Russia e quindi auspicava lo sviluppo delle fabbriche e del proletariato urbano su cui far leva per la rivoluzione.

Meženetskij a questa prova non era preparato. È una sconfitta, l’intera sua vita di abnegazione e di impegno intellettuale e politico vanificata. È un affronto peggiore della repressione zarista. Egli si impicca. Il suo cadavere viene poi messo accanto al cadavere del vecchio scismatico morto nella convinzione che il male non avrebbe prevalso e che il bene e l’umiltà avrebbero finalmente trionfato.

Padre Sergio. Elementi autobiografici, con i desideri di fuga dal suo mondo negli ultimi anni di vita, si riscontrano in questa celebre opera.

Il principe Stepan Kasatskij è destinato a una brillante carriera militare. Cadetto, aitante e bello, di sicuro avvenire quale aiutante di campo dello zar Nicola I e promesso sposo di una contessa. All’improvviso lascia tutto, carriera militare e sposa, una volta che la giovane gli confessa di aver avuto nel passato una relazione con lo zar. È la scelta di spogliarsi di tutto, di farsi monaco, di ritirarsi dal mondo e di vivere dapprima in convento e poi come eremita. È diventato padre Sergio.

La prova terribile di una tentazione carnale con una avvenente donna che lo va a visitare e a insidiare nel luogo dove egli vive appunto da eremita e da cui si è irradiata la sua fama di santità, e poi l’aver abusato di una giovane disabile lo determinano ad abbandonare la santità, l’essere monaco, l’essere eremita ecc. Occorre vivere da pellegrino. Farsi mužik. Il fenomeno dei pellegrini erranti nell’immensa Russia era molto diffuso.

Kasatskij decide di andare alla ricerca di sua cugina Praskov’ja Michàjlovna, Pàšen’ka per la famiglia. Una donna mite, un cuore semplice, che in gioventù egli con altri ragazzi si divertivano a maltrattare. Oggi si direbbe “a bullizzare”. Ora, dopo tante traversie della sua vita, aiuta la figlia e segue i cinque nipoti. Stepan ha ora chiaro

l’insegnamento ultimo della sua vita. Pàšen’ka, vivendo per gli altri esseri umani, in realtà vive glorificando Dio, mentre egli, come monaco e come eremita, pensando di servire Dio, in realtà viveva per avere l’approvazione degli altri esseri umani.

Nel vivere di mendicità, ed essendo senza documenti, viene arrestato e deportato in Siberia. Qui in un villaggio lavora come servo presso un contadino ricco “e cura i malati e insegna ai bambini”.

La sonata a Kreuzer, pur nella per più versi assurda conclusione e prescrizione della astinenza contenuta nella Postfazione, è un racconto-romanzo tra i più noti dello scrittore russo. La soluzione prospettata nella Postfazione è l’esito del problema non risolto e della contraddizione in Tolstoj a causa della sua “vivace” vita sessuale. La Sonata è tuttavia racconto perfetto nella sua costruzione. La nella tempesta di pensieri, di sentimenti, di passioni che la musica può indurre in certi particolari contesti umani e nella esplicitazione delle dinamiche entro le famiglie, nel rapporto di coppia ecc.

III.

Guerra e pace. Del romanzo immenso, quale fiume maestoso che fluisce placido e grande dalle sorgenti al mare, scaturito da una rara felicità creativa e da una somma di letture e di documentazione, di pensieri e di sentimenti intorno alla storia della Russia e intorno alla realtà russa all’epoca delle guerre napoleoniche, rese attraverso le vicende di alcune famiglie aristocratiche e attraverso il popolo russo tutto, citiamo solo il giudizio netto di Thomas Mann: “Lo spirito omerico, lo spirito eterno epico era forte in Tolstoj come forse in nessun altro artista del mondo”. Lo stesso Tolstoj paragonò il suo romanzo all’Iliade.

Si trattava, nel grande romanzo dell’Ottocento russo, della vera e propria epopea nella mirabile compresenza del mondo umano e del mondo della storia. Di guerra e di pace appunto. Questi due mondi così armoniosamente compenetrati, così ben colti e descritti, con una maestria e con un genio letterario universalmente riconosciuti a Tolstoj, in ogni angolo del mondo e da tutte le generazioni da allora fino a oggi.

Tolstoj prese l’avvio dai decabristi. Dai protagonisti della rivolta del dicembre 1825 per una monarchia costituzionale e quindi per la fine dell’autocrazia zarista. Rivoluzione fallita. Alcuni furono condannati all’impiccagione e molti deportati in Siberia. Ma per capire questi sviluppi, e quindi l’esito nella vita di Pierre Bezuchov e di Nataša Rostova, occorreva risalire agli inizi dell’Ottocento, con le guerre napoleoniche e con la campagna di Russia, con la Grande Guerra Patriottica, con il ruolo del popolo intero, dell’esercito, della singolare figura del generale Kutuzov. Di Napoleone e dei francesi. Il mondo della guerra.

Il mondo umano. Occorre ricostruire il paesaggio umano dei tipi, dei caratteri indimenticabili, della vita del principe Andrej Bolkonskij, di sua sorella Maria, dei Rostov, di Nataša e di Nikolaj, di molta nobiltà russa, da una parte, e del popolo russo, dall’altra.

È anche  e  soprattutto  il  romanzo  di  formazione  del conte Pierre  Bezuchov.  Da

giovane impacciato, alla ricerca di un senso della propria vita, passato anche attraverso l’esperienza della massoneria, alla scoperta finale della necessità di cambiare le cose. Per i propri contadini e poi soprattutto per la Russia intera. Con la cattura da parte dei francesi e con la prigionia, nel corso del grande incendio di Mosca, e con l’esperienza decisiva finale. La conoscenza della figura-simbolo, archetipo del popolo russo, anch’egli fatto prigioniero dai francesi. Platon Karataev, il mužik-soldato, il mite, rotondo, paziente, “religioso”, non solo secondo la religione positiva ortodossa in cui si è trovato a vivere, ma in realtà secondo la religione della vita, profonda, spontanea, non riflettuta, viene a costituire l’essenzialità, la sobrietà, l’umiltà fatte uomo. E Platon trasforma definitivamente Pierre.

Dalla morte-esecuzione di Platon Karataev e dal momento della libertà Pierre misura ogni cosa pensando alla approvazione o meno da parte del mužik-soldato. Pierre decide di sposare Nataša, rimasta sola, dopo la morte del principe Andrej. Le decisioni di Pierre sono condivise con la donna. Nataša Rostova è sì aristocratica, ma ha uno spontaneo, profondo rapporto-legame con il popolo, con il mondo contadino. Nataša è tutta nella concezione patriarcal-popolare dei Rostov, la visione secondo la quale nobiltà e contadini fanno tutt’uno nell’organicistica Russia zarista.

Ella approva le mosse di Pierre e lo conforta e lo assiste. Il romanzo termina prima, prima della sollevazione decabrista, ma è implicito, nella visione di Tolstoj, che la deportazione in Siberia del marito vedrà Nataša al suo fianco anche nella deportazione stessa.

Il romanzo si conclude con un capitolo finale nel quale Tolstoj ha l’occasione di svolgere alcune considerazioni generali, da filosofia della storia. Sul rapporto libertà- necessità, sul ruolo dei grandi uomini, sul ruolo delle masse ecc. Del resto, nel corso della narrazione varie considerazioni emergono sul ruolo di Napoleone, dei generali, dei consigli aulici di guerra ecc. Il tutto reso vano dalla volontà o meno dei soldati e dei reparti di combattere, di fare la guerra, di resistere o di cedere al nemico.

In questo facendo risaltare il ruolo del generale Kutusov, il quale interpreta al meglio la volontà del popolo russo, e quindi del suo esercito, di non soccombere all’invasore francese. “Pazienza e tempo”, l’espressione preferita del generale. Di contro a chi, alla corte imperiale e alle alte sfere militari, sollecita per l’assumere l’iniziativa, per l’ingaggiare battaglia ecc.

Al di là di ogni strategia, di ogni tattica, di piani di battaglia, preparati accuratamente a tavolino. Il generale russo apparentemente passivo, ma in realtà vero interprete del corso degli eventi. Mentre il vanaglorioso Napoleone tutto proteso a voler determinare il corso della guerra, ad avere l’iniziativa, ma nei fatti soggetto alla alterne vicende della guerra stessa e alla dura realtà di un immenso paese e di un immenso popolo che non cedono e che respingono il più potente e numeroso esercito di quella fase storica.

IV.

Anna Karenina. Dopo l’epopea, il piglio epico del grande romanzo Guerra e pace,

nel quale il mondo della storia si fonde meravigliosamente con il mondo umano delle famiglie della nobiltà russa, delle grandi personalità Pierre Bezuchov, Andrej Bolkonskij, Nataša Rostova, Nikolaj, Marja ecc., un romanzo d’ambiente, un “romanzo di società”. Il più grande romanzo di società della letteratura europea, così in vario modo Dostoevskij e Thomas Mann. Ma non semplicemente di romanzo famigliare si tratta.

La moglie di Tolstoj, Sonja (Sofja Bers), così annota nel 1870 nel suo diario “Ieri sera egli mi ha detto di aver immaginato un tipo di donna dell’alta società, ma che si è perduta. Ha detto che il suo compito era di rendere questa donna degna soltanto di pietà e non colpevole”. Nel 1872 Tolstoj vede il cadavere di una donna dell’alta società suicidatasi, gettandosi sotto un treno. Nel 1873 legge un romanzo incompiuto di Puškin. Dal 1873 al 1877 scrive il romanzo, con la solita sequela di rifacimenti, di revisioni, di correzioni ecc.

Anna è moglie del grigio alto burocrate Karenin. Il quale si attiene alle convenzioni sociali, alle forme esteriori, tipiche del suo ambiente. Anna è intelligente e ambisce a qualcos’altro. È il solito umanissimo principio dello “Etwas fehlt”, “manca qualcosa”, all’origine dei cambiamenti, individuali e collettivi. All’origine del “principio speranza”, della “utopia”, nella vita personale e nella vita collettiva. In Anna è il vagheggiamento di una vita migliore, più piena, in senso erotico-amoroso, in senso pienamente affettivo, sentimentale. È il principio dell’innamoramento di un’altra persona, nella figura del bello, aitante, gioviale, uomo di mondo Vronskij. Nel possidente, nel proprietario terriero Kostantin Levin, l’altra grande figura nel romanzo nel quale lo stesso Tolstoj si specchia, è l’attrazione per la vita dei suoi contadini, è il presentimento, temuto in Levin, ma reso vivo, anche a misura della presenza, della vicenda, delle parole e della morte del fratello Nikolaj, del necessario cambiamento sociale e collettivo. Del rivolgimento della società russa.

Anna è intelligente, autentica, passionale, non fa “come così fan tutte” (e tutti gli uomini). Non può mentire e tenere nascosta la sua relazione. E così paga di persona tutte le conseguenze, fino al suicidio. Il treno e la morte come soluzione. A causa della solitudine e a causa dell’ipocrisia di una società che respinge una donna adultera. Che non ha voluto mentire, a se stessa e agli altri. Tolstoj si innamorerà della sua creatura. Così come in altro contesto farà Gustave Flaubert con la sua eroina. “Madame Bovary c’est moi!”.

I Karenin, gli Oblonskij, Vronskij ecc. tutti romanzi famigliari di proprietari terrieri e comunque della burocrazia, dell’alta società. Kitty e Kostantin Levin mostrano un’altra possibile via.

Kitty, mossa all’inizio da ideali poetici, romantici, passionali per Vronskij, alla fine si rivela la bella figura del principio femminile della vita reale, concreta, autentica, anche banale, accanto a Levin. All’insicuro, sempre riflessivo, sempre pronto a mettersi in discussione Kostantin (molto simile in ciò a Pierre Bezuchov). Sempre alla ricerca di un senso nella vita. Il nobile che è attratto dalla vita autentica dei suoi contadini e delle sue contadine. Che si pone i problemi della giustizia, della giusta ripartizione del prodotto del lavoro, di come trattare gli operai e i contadini. E che si

immerge per ciò in contraddizioni, in infelicità.

Alla fine è la religione autentica, interiormente vissuta, non esteriore, ad appagarlo in questa ricerca. Trova nel Vangelo la via. “Lode a te, o Signore, che lo hai nascosto ai sapienti e l’hai rivelato ai semplici e ai fanciulli”. E allora il semplice amore per Kitty, per il figlio, per la vita famigliare, per la conduzione della sua proprietà.

V.

Resurrezione. Tolstoj nella sua esistenza si muove entro polarizzazioni nette. Come avviene spesso in uomini e donne alla ricerca di un senso della vita e messisi in un cammino, il più delle volte accidentato, di autoperfezionamento.

Dalla adolescenza e dalla giovinezza, pur entro la sua condizione di proprietario terriero e di uomo privilegiato e dominante, la polarizzazione è vita autentica-vita inautentica. Poi la cosa si precisa ed è la grande questione del rapporto con i contadini, il vero soggetto positivo che illumina il cammino, correlata all’altra grande questione della legittimità o meno della proprietà della terra.

Lev N. Tolstoj nella sua opera, nei suoi tre grandi romanzi, costruisce tre tipi umani fondamentali ai quali trasferisce molti suoi caratteri, molti suoi travagli. Tipi umani modellati su di lui.

In un primo tempo, le questioni non sono direttamente connesse a un travaglio religioso. Pierre Bezuchov trova nel contadino-soldato povero, il mužik Platon Karataev il punto di riferimento. Il proprietario terriero Bezuchov fa come Tolstoj nelle sue terre. Cerca miglioramenti e istituisce scuole per i figli dei contadini e per i contadini stessi ma alla fine agisce nell’agone politico con il perseguire una monarchia costituzionale con la fallita rivoluzione decabrista del 1825. Avendo il favore della felicità famigliare con Nataša e la di lei decisiva approvazione.

Il proprietario terriero Kostantin Levin cerca un rapporto diretto con i suoi contadini. Lavora egli stesso la terra, vive nelle sue terre. Si pone il fine di distribuirle ai contadini, ma la difficoltà e la atavica diffidenza contadina prevalgono e il fine non è raggiunto. In Levin ormai questa traiettoria è sotto il segno di un travaglio religioso che culmina nella scoperta del Vangelo come fonte vera di ispirazione e di autoperfezionamento. E nella scoperta della vita semplice e la felicità famigliare con la saggia, pratica, amorevole Kitty.

Nel mezzo tra Anna Karenina e Resurrezione ci sta la cosiddetta “conversione” di Tolstoj. In realtà un processo continuo di cambiamenti, di travagli, di conversioni. Allora con l’abbracciare un cristianesimo plebeo-contadino, fondato esclusivamente sul Vangelo e in particolare sul Sermone della montagna, senza Chiesa, senza preti, senza liturgie, senza riti, senza apparati ecc. Come esclusivo processo interiore di fede. Fede non esteriore, non esibita. Un cristianesimo e un anarchismo religioso che rigettano le istituzioni, Stato, Chiesa, Esercito, Tribunali, Carceri ecc., sulle quali si regge la società iniqua, ingiusta e che alimentano il dominio, il tormento e la menzogna tra gli uomini.

Il proprietario terriero, principe Dmitrj Nechljudov giunge a effettivamente distribuire

le terre ai suoi contadini. È il compimento della parabola del rapporto proprietario- contadini, compimento al quale aspirava Tolstoj stesso, ma che non realizzò. Soltanto alla fine della sua vita decise di devolvere ogni proprietà alla moglie e ai figli e quindi di liberarsi e di risolvere così la questione della proprietà della terra e la questione del rapporto con i contadini.

All’origine di Resurrezione tuttavia ci sono due precise dinamiche. Una di contesto generale della storia e della realtà russe e una dovuta a due circostanze nella vita di Tolstoj.

Ormai negli anni Novanta dell’Ottocento la realtà russa si è molto differenziata. In essa agiscono ormai molte correnti di pensiero, molte forze sociali, molte correnti politiche. Con il passaggio decisivo degli anni Sessanta (ricordiamo Dostoevskij e il suo Delitto e castigo), al liberalismo borghese protocapitalistico e al populismo contadino, con l’emergere di una sua corrente apertamente rivoluzionaria, anche in presenza dell’anarchismo ispirato da Michail Bakunin, si affianca un movimento rivoluzionario ispirato al socialismo e al marxismo. Il racconto Il divino e l’umano riflette questa mutata realtà russa.

La dinamica personale di Tolstoj è la casualità del racconto nel 1887 di A. Koni, un amico avvocato dello scrittore, il quale gli riferì dello strano caso di un aristocratico, giurato in un processo e che riconosce l’imputata come la ragazza che da giovane possedette e che a causa sua perse il lavoro e dovette prostituirsi. Questa circostanza non fece che smuovere ulteriormente un retroterra problematico nella vita dello scrittore, fino all’autoaccusa, all’autocritica impietosa. Il problema della sua disordinata vita sessuale. In primo luogo, la sua seduzione e relazione sessuale in gioventù con Gaša, la serva della zia presso la quale era ospite. Con relativa espulsione della ragazza dalla casa e relativo suo percorso di perdizione.

In secondo luogo, prima del matrimonio con Sofja Bers, la sua lunga relazione, con relativi convegni amorosi nel bosco, con Aksinja, una contadina delle sue terre e che partorì un bambino sicuramente figlio di Tolstoj (il racconto Il diavolo, pubblicato postumo, riflette questa realtà).

Nechljudov compie la sua parabola di vita attraverso il traviamento giovanile e la tremenda colpa di aver abusato di una giovane innocente serva di 16 anni. Ekaterina (Katjuša) Maslova ha così il destino segnato a causa di quella colpa. Attraverso vari passaggi nella vita si ritrova a fare la prostituta e a essere coinvolta suo malgrado in un delitto. È magistrale l’apertura del romanzo. È la descrizione del trasferimento della reclusa al tribunale dove si celebra il processo. È la visione del mondo di Tolstoj. Il traviamento umano della vita delle città, della negazione della natura e della negazione e del tormento tra gli umani, nel mentre la primavera e il primo sole illuminano e destano alla vita e un colombo, creatura libera, sfiora l’orecchio della reclusa, ricordandole la libertà a lei negata.

È un processo al processo, a magistrati e giudici e tribunali improntati a quella che abbiamo in seguito denominato “giustizia di classe”. Giudici distratti dai meschini fatti personali, dalle indisposizioni fisiche e mossi solo dal formalismo delle carte. Giurati variopinti e non interessati al destino delle persone processate. La descrizione

di Tolstoj è magistrale e al medesimo tempo impietosa.

La condanna ingiusta della donna, la carcerazione, la decisione di Nechljudov prima di sposare Katjuša e, dopo il suo diniego, comunque di seguire la donna nella deportazione in Siberia. La conoscenza quasi catartica, sia in Nechljudov, ma soprattutto in Katjuša, del mondo umano, troppo umano, degli altri carcerati e soprattutto dell’umanità del mondo dei prigionieri politici, i rivoluzionari di cui sopra, tra i quali l’operaio rivoluzionario Kondratev che legge il Libro primo del Capitale (sembra che Tolstoj avesse letto la traduzione russa dell’opera maggiore di Marx).

La sequela di questi avvenimenti è la sequela della Resurrezione-Redenzione di Dmitrj, ma è soprattutto la sequela della Resurrezione-Redenzione di Katjuša Maslova. Come era nelle intenzioni di Tolstoj, il centro e la luce vengono dai contadini, in generale. E la luce viene da Katjuša in questa vicenda. Il principe Nechljudov vive di riflesso, “vive nell’ombra”, come dice Tolstoj a proposito della nobiltà russa tutta, è atto secondo. Alla fine egli fa ancora una volta la proposta di matrimonio. La risposta negativa della donna è fortemente motivata “Tu vuoi servirti di me per salvarti. In questa vita tu ti sei servito di me per il tuo piacere, e vuoi servirti di me per salvarti anche nell’altro mondo”.

La Resurrezione del principe Necljudov è la scoperta del Vangelo e della verità ivi contenuta. È la chiusa della vecchia vita e il dispiegarsi della nuova vita a cui egli finalmente accede.

La vita della Maslova è ormai giunta a nuova consapevolezza, a nuova coscienza ed ella decide di sposare e di vivere con uno dei “politici”, conosciuto nella carcerazione e nella deportazione.

Nel romanzo a un certo punto Tolstoj descrive la celebrazione di una messa nel carcere. Egli ricorre nella narrazione all’espediente tipico suo. Si tratta della tecnica dello “straniamento”. Descrive il fatto, i tipi umani, i paramenti, i gesti, i simboli, le preghiere, i canti ecc. come fossero visti e vissuti da un alieno, da uno straniero che non riesce a comprendere tutto ciò e rimane stupito. Perché visti la prima volta nella propria vita e quindi giudicati strani. A dimostrazione dell’assunto tolstojano che la fede esterna, rituale, è una negazione del messaggio autentico di Gesù Cristo.

Questa parte del romanzo rese il tollerato fino ad allora Tolstoj non più tollerabile. Non ultimo il fatto che Tolstoj si risolse a rifinire e a concludere il decennale lavorio attorno al romanzo per aiutare la setta dei Duchobory, con i proventi dei diritti d’autore a lui spettanti. Invisi questi settari, tra le molte sette esistenti nella Russia di allora, invisi al potere zarista e alla Chiesa ufficiale perché nonviolenti e quindi pacifisti e renitenti alla leva e per questo perseguitati.

Lo zar e la corte si guardavano bene dal ricorrere alla repressione e alla condanna di Tolstoj, per le sue tante prese di posizione. Era troppo popolare in Russia e troppo conosciuto e apprezzato all’estero. Ne avrebbero fatto una vittima illustre dell’autocrazia. Controproducente. Si ricorse allora alla sola scomunica da parte della Chiesa ufficiale ortodossa russa. Si era già nel 1901.

Hadži Murat. Racconto lungo o romanzo breve tra gli ultimi lavori di Tolstoj prima

della morte nel 1910. Qui solo rapidamente accennato e ricordato per la capacità tipica del nobile, del conte Tolstoj, di comprendere a fondo il contadino russo e in generale il semplice, il primitivo, il montanaro. Come primitivi, fieri guerrieri sono i montanari caucasici, in questo caso, ceceni.

Dall’esperienza personale nel suo servizio militare sul Caucaso, il racconto epico di un eroe, Hadži Murat, che è costretto a scegliere tra la tirannia di Šamil, un capo religioso mussulmano che vuole guidare la lotta di liberazione, la guerra santa, contro gli occupanti russi e l’oppressione della Russia zarista che ha conquistato il Caucaso.

Il cardo spezzato in un campo che purtuttavia resiste in piedi grazie alla forza delle sue radici all’esordio del racconto e la fiera morte del combattente nel finale costituiscono le degne metafore di un racconto epico che ancora oggi colpisce il lettore, spesso disincantato, contemporaneo.

VI.

Il piglio profetico di Tolstoj aveva esercitato grande attrazione e grande influenza. Comprese che la rivoluzione era inevitabile, ma che la sua non-violenza, la sua utopia contadina, la necessità preliminare di un rivolgimento interiore, morale, antropologico, respingeva nei suoi esiti di lotta, inquadrata nei partiti e nel movimento rivoluzionario organizzato.

Alla sua morte milioni di persone confluirono a Jasnaja Poljana per rendere omaggio alla sua tomba. Il tolstojsmo sopravvisse e continua ancora oggi la sua influenza nei vari ambienti del pacifismo, dell’ambientalismo, del vegetarismo. La sua opera letteraria è eredità e nutrimento per la sensibilità e il pensiero di generazioni e generazioni di umanità in ogni angolo del mondo.

Lenin lo stimò molto per la sua implacabile critica delle istituzioni su cui si reggeva il potere nella Russia zarista e per aver reso in letteratura, per la prima volta in modo completo e vero, il contadino, il contadino russo. Anche se la sua utopia contadina e roussoviana, dice Lenin, gli impedì di considerare il proletariato, la classe operaia di fabbrica, come capace di costruire e dirigere il nuovo mondo che egli purtuttavia auspicava.

Con le parole di un altro grande russo, Viktor Škloskij, “Un dolore immenso, l’indignazione e la lucidità del profeta si manifestarono nella forza delle opere di Tolstoj. Gli insegnavano il buonsenso, ma fu tra coloro che distrussero il tempio del vecchio mondo”.

BIBLIOGRAFIA MINIMA – LEV N. TOLSTOJ

Retroterra storico

Storia contemporanea della Russia in un buon manuale di storia per le scuole superiori. Si indica in primo luogo:

Bontempelli-Bruni, Storia e coscienza storica, Trevisini Editore, Milano (in tre volumi, quindi le parti contenute nel terzo, dalla rivoluzione decabrista al populismo russo e ai movimenti rivoluzionari di fine Ottocento e di inizio Novecento, socialdemocratici e poi menscevismo, bolscevismo ecc.

Una bella monografia sulla storia della Russia dalle origini alla rivoluzione d’ottobre 1917 è quella di Valentin Gitermann, Storia della Russia, La Nuova Italia.

Monografia e saggi su Tolstoj

Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, Einaudi (nel vol. IV, le parti dedicate ai russi e a Tolstoj in particolare). Opera classica e da considerare come punto di riferimento anche per altre letterature, ora ristampata.

György Lukács, Saggi sul realismo, Einaudi (le parti dedicate a Tolstoj) Viktor Šklovskij, Tolstoj, Il Saggiatore

Michail Bachtin, Tolstoj, Il Mulino.

Infine, due brevi saggi di Thomas Mann, Anna Karenina e Tolstoj nel centenario della nascita. Sono pubblicati nella raccolta di saggi di Thomas Mann, nei Meridiani Mondadori, dal titolo Nobiltà dello spirito (saggi, discorsi, interventi ecc., molto importanti del grande scrittore tedesco).

Per una semplice, ma ricca introduzione alla vita, all’opera e al contesto storico e ambientale dello scrittore, si segnala la monografia Tolstoj nella vecchia collana I Giganti di Mondadori.

Edizioni italiane delle opere di Tolstoj

Esistono molte edizioni economiche dei romanzi e dei racconti. In primo luogo le classiche, belle, traduzioni dei romanzi Guerra e pace, Anna Karenina e Resurrezione presso Einaudi. Prima nella collana I Millenni e oggi nei Classici Tascabili. Ottime comunque le edizioni e le traduzioni presso Sansoni, oggi riprese nella Bur Rizzoli, nelle edizioni Mursia, nei Grandi Libri Garzanti (con ottima introduzione di Serena Vitale) e nelle edizioni Newton Compton (bella introduzione di Eraldo Affinati).

Nei Classici Feltrinelli Gianlorenzo Pacini ha tradotto Guerra e pace e Anna Karenina.

Per i racconti. Nei Millenni Einaudi la vecchia raccolta complessiva a cura di Agostino Villa (alcuni ripresi in Quattro romanzi nella collana Gli Struzzi). Nei Meridiani Mondadori i due volumi di Tutti i racconti.

Si segnalano le seguenti edizioni parziali.

La morte di Ivan Ilič presso Bur e presso Adelphi (traduzioni di Tommaso Landolfi) e presso i Classici Feltrinelli a cura di Paolo Nori.

Infine la bella edizione a cura di Gianlorenzo Pacini di Il divino e l’umano, presso e/o (contiene anche i racconti Tre morti e Il diavolo) e l’edizione altrettanto bella e importante di Hadži Murat, a cura di Milli Martinelli presso la Bur Rizzoli.

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