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Agricoltori in ginocchio, protesta oscurata, governo incapace

by Rino Arrigoni

16 Ottobre 2026

Agricoltori in ginocchio per aumento dei costi di produzione e bassi prezzi riconosciuti dal mercato. Governo incapace di dare risposte e organizzazioni agricole assenti.

Da nord a sud, pur silenziate da organi di informazione asserviti oggi più che mai al Governo, crescono le mobilitazioni degli agricoltori.

Nonostante le continue promesse del cognato d’Italia, il Ministro Lollobrigida, in forma spuria, disordinata, spontanea, autorganizzata, gli agricoltori provano a reagire alla situazione spesso drammatica in cui sono costretti oggi ad operare. L’aumento dei costi di produzione sta mettendo a dura prova i lavori in campagna, il gasolio agricolo agevolato è passato in pochi giorni da 80 centesimi al litro a 1,60 precisamente il doppio così come è aumentato il costo dei fertilizzanti di oltre il 20% per non parlare del costo del denaro e dei mutui che sempre più strozzano le aziende agricole più fragili ed esposte all’aumento dei tassi di interesse e poi con buona pace dei climafreghisti e negazionisti climatici le temperature record hanno messo a dura prova le rese produttive sia sotto l’aspetto qualitativo che quantitativo.

Un aumento impressionante dei costi di produzione causato da politiche di guerra, speculazioni, cambiamenti climatici e dall’incapacità del Governo di dare riposte adeguate.

I costi di produzione in campagna sono arrivati alle stelle, i prodotti agricoli vengono pagati sempre di meno portando a una situazione insostenibile, mentre i consumatori trovano i prodotti agricoli sugli scaffali a prezzi esorbitanti a conferma di una catena del valore che mortifica gli agricoltori e massacra i cittadini/consumatori, tutto a vantaggio di industria, catene distributive e speculazione finanziaria.

Il grano oggi viene pagato agli agricoltori ben al di sotto dei costi di produzione, così come il latte, l’ortofrutta, il riso, il mais, la carne, i pomodori, l’olio, tutti prodotti alla base di quell’eccellenza del made in Italy agroalimentare e della cucina italiana tanto osannata per il riconoscimento dell’Unesco come Patrimonio dell’Umanità, ma incapace di dare da vivere a chi quelle eccellenze le coltiva duramente nei campi o nelle stalle, tra i pascoli, le malghe 365 giorni l’anno.

Qualche esempio: il grano duro viene pagato agli agricoltori 26 centesimi al kilo con la pasta con grano 100% italiano che quasi mai la si trova sotto i 3 euro al kilo, il grano tenero viene pagato 20 centesimi al kg ed il pane si trova tranquillamente a 5 euro al kilo, le carote vengono pagate agli agricoltori 25 centesimi e rivendute a 1 euro e 50, così come i peperoni che passano dai 90 centesimi pagati agli agricoltori ai 3,50 euro pagati dai consumatori, la lattuga romana a cespo, non imbustata passa da 1,60 pagata agli agricoltori ai 3,50 richiesti ai consumatori, il latte fresco pagato 38 centesimi agli agricoltori e rivenduto a 2,50 euro al litro.

Prodotti di eccellenza poi come il vino e l’olio extravergine di oliva stanno attraversando periodi durissimi con cantine e cisterne piene di prodotto invenduto e difficile da collocare a prezzi accettabili per gli agricoltori.

Ricarichi esponenziali del tutto ingiustificati che mortificano i lati più deboli della lunga e complessa catena agroalimentare con la produzione agricola e i consumatori finali, strozzati da carovita e inflazione di fatto fuori controllo.

Dinanzi una situazione del genere serve una grande mobilitazione popolare che veda insieme agricoltori, braccianti, lavoratrici e lavoratori, pensionati, attiviste/i per il clima, per chiedere prezzi giusti ai produttori magari riconoscendo almeno un prezzo minimo di riferimento legato ai costi di produzione e salari e pensioni adeguati per far fronte alle esigenze primarie della popolazione.

Dispiace per il silenzio delle grandi organizzazioni agricole, sempre in prima fila ad omaggiare il ministro Lollobrigida e mai capaci di raccogliere e organizzare le difficoltà dei propri associati.

Oltre le meritorie e continue lotte di Altra agricoltura, di forme di autorganizzazione di comitati, qualche timido segnale in controtendenza arriva sicuramente dalla Cia – Confederazione Italiana Agricoltori – che in questi giorni sta manifestando non solo a livello territoriale ma anche a Roma davanti a Montecitorio al grido “i conti non tornano”.

L’agroalimentare è sicuramente un asset strategico del paese ma il valore aggiunto generato sembra di fatto lontano da chi lavora e investe nel settore.

L’aumento dei costi di produzione, il crollo dei consumi interni per prodotti di qualità del made in Italy, il calo dell’export a causa di guerre, tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici, dazi di Trump e di un impoverimento complessivo di larga parte delle masse popolari su scala internazionale, pongono quesiti importanti su come rilanciare l’agricoltura italiana.

In pochi anni, spesso nel silenzio generalizzato, si sono perse centinaia di migliaia di aziende agricole, spesso collocate in aree interne, marginali, dove la chiusura di un’azienda agricola ha conseguenze drammatiche dal punto di vista economico, sociale ma anche ambientale e di tenuta idrogeologica di territori estremamente fragili e a rischio di dissesto.

Il Governo italiano, a chiacchiere paladino della sovranità alimentare, di fatto sovranista da operetta che in tutti i luoghi decisionali manifesta tutta la propria subalternità alle politiche di tagli all’agricoltura della Commissione Von der Leyen e di sostegno alle politiche di guerra e di riarmo, cosi come mai è venuto meno il sostegno del Governo a quelle famigerate aree di libero scambio che stanno massacrando l’agricoltura italiana con massicci arrivi sul territorio nazionali di prodotti esteri senza alcun controllo ambientale, sociale, sanitario.

Gruppo di lavoro agricoltura
Partito della Rifondazione Comunista

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