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20 luglio 2001, Carlo Giuliani è stato ucciso da un colpo di pistola sparato dal carabiniere ausiliario Mario Placanica al G8 di Genova

by Rino Arrigoni

21 Luglio 2026

Milù Chisari

Il 20 luglio 2001 non è morto soltanto Carlo Giuliani. Quel giorno è morta l’illusione che lo Stato fosse sempre e comunque garante dei diritti di chi dissente. A Genova, davanti agli occhi del mondo, il potere mostrò il suo volto più brutale: manganelli, lacrimogeni, sangue, repressione. Chi chiedeva giustizia sociale venne trattato come un nemico. Chi osava contestare il potere economico venne trasformato nel bersaglio di un apparato deciso a difendere un ordine che non coincideva con la giustizia, ma con gli interessi di chi quel potere lo deteneva.

Carlo aveva ventitré anni.

Aveva la rabbia di chi non accettava che il profitto valesse più della dignità umana. La rabbia di chi vedeva un mondo costruito sullo sfruttamento dei lavoratori, sulle guerre combattute per gli interessi economici, sulle privatizzazioni, sulla precarietà e sulla convinzione che il capitalismo fosse l’unico orizzonte possibile.

Aveva ragione.

Perché venticinque anni dopo viviamo in un Paese dove lavorare non significa più vivere con dignità. Dove la sanità pubblica viene impoverita, la scuola trattata come un costo, il diritto alla casa trasformato in privilegio, mentre i patrimoni dei più ricchi crescono senza sosta. Cambiano i governi, cambiano gli slogan, ma il meccanismo resta lo stesso: socializzare i sacrifici e privatizzare i profitti.

E ogni volta che qualcuno prova a mettere in discussione questo ordine, la risposta è sempre la stessa.

Repressione.

Perché uno Stato che arretra sui diritti sociali spesso avanza con gli strumenti del controllo. Le piazze vengono sorvegliate sempre di più. Le proteste raccontate come problemi di ordine pubblico prima ancora che come domande di giustizia. Il dissenso viene sospettato, delegittimato, criminalizzato.

A Genova questa logica raggiunse uno dei suoi punti più bassi.

E c’è una frase, attribuita ad alcuni appartenenti alle forze dell’ordine in quei giorni, che continua a pesare come un macigno: “Zecche del cazzo, uno a zero per noi.” Se davvero una morte può diventare un risultato da esibire, allora il problema non è soltanto chi pronuncia quelle parole. Il problema è la cultura che rende possibile pensarle. E che ha permesso in questi giorni l’assassinio di Abderrahim Fakir, strangolato, da dei poliziotti.

Per questo ricordare Carlo significa anche pretendere istituzioni che non confondano mai la forza con l’autorità, il dissenso con il nemico, la divisa con l’impunità. Perché quando il potere smette di accettare il conflitto sociale come parte della democrazia, la democrazia stessa si impoverisce.

Essere comunisti oggi significa rifiutare questa normalità. Significa rifiutare un sistema in cui milioni di persone producono ricchezza che finirà nelle mani di pochi. Significa sapere che la libertà senza uguaglianza è soltanto il privilegio di chi può permettersela. Significa stare dalla parte di chi lavora, di chi sciopera, di chi occupa una scuola, di chi difende un ospedale pubblico, di chi non accetta che la guerra venga raccontata come inevitabile e lo sfruttamento come naturale.

Ci ripetono che bisogna dimenticare Genova.

No.

Perché dimenticare significa lasciare che vincano coloro che vorrebbero una società senza memoria e senza conflitto. Una società dove obbedire è una virtù e protestare una colpa.

Noi scegliamo altro.

Scegliamo la memoria come pratica politica. La solidarietà contro l’individualismo. La lotta contro la rassegnazione. La giustizia sociale contro il profitto. L’antifascismo contro ogni autoritarismo.

Carlo Giuliani non è un santino. Non è una fotografia ingiallita da esibire una volta all’anno.

È un nome che continua a fare paura perché ricorda una verità semplice: nessun potere è eterno. Ogni diritto conquistato è nato da un conflitto. Ogni avanzamento sociale è stato strappato contro gli interessi di qualcuno.

E finché ci saranno lavoratori sfruttati, giovani condannati alla precarietà, guerre combattute per il profitto, ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, Carlo continuerà a camminare nelle piazze.

Non per chiedere vendetta.

Ma perché senza giustizia non esiste pace. E senza uguaglianza non esiste libertà.

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