10 Settembre 2026
ADRIANO ARLENGHI
Le immagini giunte ieri dalle tratte ferroviarie che collegano Mortara a Pavia e a Milano rappresentano plasticamente la sensazione di un Paese in declino.
Da un lato, gli schermi dei telegiornali restituiscono la narrazione di un’Italia felice, in corsa e competitiva; dall’altro, nella quotidianità concreta, chi lavora, studia e viaggia si trova costretto a fronteggiare l’enigma angosciante sintetizzato ieri da un pendolare: non sapere con certezza se si riuscirà a fare ritorno a casa per la notte.
Sulla linea per Milano si è consumata quella che i viaggiatori definiscono ormai una tempesta perfetta, un accumulo implacabile di criticità iniziato all’alba. Alle sei e mezza del mattino, un fulmine ha pesantemente danneggiato la centralina di comando dei passaggi a livello nel tratto compreso tra Abbiategrasso e Vigevano. Non si era ancora fatto in tempo a tamponare l’emergenza che, intorno a mezzogiorno, un guasto a uno scambio ad Albairate ha inferto il colpo di grazia alla circolazione.
A completare il quadro, l’ennesimo guasto a un convoglio di Trenord ha imposto la soppressione immediata di ulteriori corse.
Questi episodi non sono più semplici casualità sfortunate, ma confermano l’evidenza di un trasporto ferroviario lombardo scivolato dentro una vergognosa involuzione. Centinaia di persone esasperate si ritrovano ostaggio di un sistema inaffidabile, mentre lo Stato sposta lo sguardo e le risorse altrove: si finanziano con facilità tank e droni tecnologicamente avanzati nell’ambito di un clima di riarmo europeo incomprensibile, e si resuscitano progetti faraonici e inutili come il ponte sullo Stretto che drenano miliardi.
Lo scrivo con la tristezza di chi, per tanti anni, ha speso le proprie energie per costruire un futuro degno per le generazioni che venivano dopo.
Oggi la percezione è che l’intero Paese stia andato alla deriva, incapace di pretendere un reale processo di responsabilità dalle classi dirigenti. In compenso, cresce un cupo desiderio di chiusura identitaria, il sogno regressivo delle piccole patrie e la ricerca ossessiva di un nemico, segnali che preludono a tempi storicamente tragici.
Di fronte a questo deserto amministrativo e sociale, viene spontaneo chiedersi cosa possa fare concretamente una singola città come la nostra. La risposta non può che partire dalla presa d’atto che isolarsi significa soccombere. L’amministrazione comunale ha il dovere politico e morale di farsi promotrice di un coordinamento intercomunale, stringendo una rete solida con tutte le municipalità che si affacciano sulle nostre linee ferroviarie.
Unire le voci dei sindaci significa trasformare la rabbia sparsa dei pendolari in un’istanza istituzionale pesante, capace di presentarsi con forza direttamente in Regione Lombardia per esigere da Trenord standard di servizio garantiti, penali certe per i disservizi e investimenti reali sulla manutenzione.
È tempo di attingere alle migliori idee nate dalla mobilitazione civica e dalla rete dei comitati, trasformando il malcontento in una vertenza territoriale intransigente. Solo tessendo alleanze forti e rifiutando la rassegnazione potremo difendere il diritto elementare alla mobilità e alla dignità del nostro territorio.
L’amministrazione comunale deve avere il coraggio di cambiare passo, chiedendo immediatamente la convocazione di un consiglio comunale aperto, come fece del resto il sindaco Gerosa un paio di anni fa, alla presenza dei rappresentanti delle associazioni dei pendolari, e dando specifica delega ad un assessore per seguire il mondo pendolare. Solo facendo rete e dichiarando con i fatti di avere a cuore il problema è possibile presentarsi uniti in Regione Lombardia e pretendere risposte precise si potrà dare voce a quel popolo invisibile ma numeroso: basti pensare che ogni giorno ben 6.000 cittadini lomellini salgono su un treno a Mortara.
Fabio un viaggiatore ha chiesto ieri sera : e per domani c’è un filo di speranza? Parole che pesano e che chiamano tutti alla responsabilità perché è facile immaginare cosa accadrebbe se tutti si riversassero in auto sulla 494. Possibile che non si può fare altro che assistere allo sfascio del trasporto su ferro nel silenzio generale. Possibile?
Il testo sottoscritto dall’associazione La Mortara che vorrei è stata inviata ai giornali territoriali.